Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Monet non è che un occhio, ma buon Dio che occhio!” (Paul Cézanne): Claude Monet in mostra alla GAM di Torino

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“No, non prenoto il biglietto perché non sono sicura di visitare questa mostra”
“No, non prenoto il biglietto perché in questi ultimi anni ho sempre prenotato e poi ho visto che non c’era mai coda”
Non avevo calcolato però che il giorno in cui mi sono incamminata verso la Galleria d’Arte Moderna di Torino era il 29 Dicembre, pieno periodo festivo con “il mondo” in vacanza. Ecco, me la sono voluta quell’ora e mezza di coda, in una giornata limpidissima ma decisamente fresca, visto anche l’orario (le 9 del mattino o poco più).
Non è servito da consolazione vedere che all’uscita, poco dopo mezzogiorno, la coda era almeno decuplicata: la mostra è stata molto interessante, certo, sebbene non del tutto all’altezza delle aspettative.
Esposti oltre quaranta capolavori del grande maestro dell’Impressionismo, concessi in prestito dal Musée d’Orsay di Parigi, alcuni dei quali mai presentati prima in Italia (come il frammento centrale di Colazione sull’erba).
Il percorso è strutturato secondo sette grandi aree tematiche, a partire dai primi passi con il pennello (Una formazione poco classica) grazie all’influenza di Eugène Boudin, pittore vicino alla scuola di Barbizon, che gli trasmette una visione più realistica della natura.
Dopo aver studiato a Parigi nell’atelier del pittore svizzero Charles Gleyre (1806-1874), dove stringe amicizia con Renoir e Bazille, nel 1865, Monet partecipa per la prima volta al Salon ufficiale, l’esposizione annuale “vetrina” degli artisti, con due paesaggi che vengono notati dalla critica.
Esposto è L’aia in Normandia, del 1863, scena di genere che ancora risente dell’influenza di pittori naturalisti come Troyon, ma che già rivela la sua originalità nelle larghe pennellate del cielo.
Con Regate ad Argenteuil (1872), ambientato appunto ad Argenteuil, località dove Monet si stabilì di ritorno dal suo esilio in Inghilterra dopo essere passato dall’Olanda e che titola la seconda sezione della mostra, si può ammirare la ricerca minuziosa e affascinante sulla rappresentazione dell’acqua e dei suoi riflessi nei diversi momenti della giornata e nelle varie stagioni. Egli inoltre, accanto al tema della natura, mostra sempre notevole interesse per le attività umane, in particolare quelle nuove abitudini di vita e di svago che caratterizzano la buona società parigina dell’epoca.

Regate ad Argenteuil

Regate ad Argenteuil fu realizzata due anni prima della nascita ufficiale della corrente impressionista, ma ne fa già parte a tutti gli effetti: la pennellata spezzata, il mutevole aspetto dell’aria e dell’acqua a seconda della luce, la pittura en plein air, appartengono già alla nuova era “dell’impressione”.
Ancora dedicata a questa località è Argenteuil, del 1875, per dipingere il quale Monet si è probabilmente sistemato nel battello che utilizzava come studio.
Il campo visivo dell’opera spazia da Argenteuil a sinistra fino alle colline di Orgemont sulla destra. Per la raffigurazione di questo momento di quiete e di armonia, l’artista ricorre a una tavolozza ricca di tinte sfumate, evitando così i toni vivaci: i colori del paese e delle colline sullo sfondo sembrano diluirsi in una leggera foschia mentre l’acqua riprende le variazioni cromatiche del cielo. Soltanto sul bordo sinistro del quadro è presente un elemento singolare: la vegetazione dell’Ile Marante si proietta nello spazio della tela in pennellate verdi che diventano via via più scure. Le fugaci apparizioni di ombre e di riflessi, alle quali l’artista accorda una grande attenzione, diventano gli assi principali di questa composizione. Gli alberi del battello di destra, infatti, si prolungano grazie al loro riflesso nell’acqua.

Argenteuil

La reazione del vasto pubblico nei confronti di dipinti come questo fu spesso molto ostile, l’impressionismo nascente degli inizi del 1870 era infatti ancora soggetto a vaste incomprensioni. Tuttavia, il mercante di quadri Paul Durand-Ruel riesce a trovare qualche collezionista appassionato di questo genere di vedute.
Sempre in questa prima sezione troviamo una delle tante opere che Monet dedicò allo studio della neve e dei riflessi della luce sulla bianca coltre e nella quale giungono a compimento le sue ricerche sulla rappresentazione della luce sulla neve.
Si tratta de La gazza (La pie), rivisto nell’arco di oltre dieci anni (1868-1879): l’uccello è appena visibile, appollaiato sopra una staccionata che ricorda un pentagramma musicale; sole e ombra costruiscono il quadro e traducono l’inafferrabile materia semisolida e semiliquida. Nasce così il paesaggio impressionista, cinque anni prima della prima mostra ufficiale e del battesimo del movimento. Grazie all’uso di colori inconsueti, come il blu e il rosa, stesi direttamente sulla tela, Monet fissa il tentativo tipico degli Impressionisti: catturare gli istanti più fugaci della luce, prediligendo la percezione piuttosto che la descrizione. La novità e l’audacia della scelta fatta da Monet spiega perché la tela fu rifiutata dalla giuria del Salon del 1869.

La gazza

Si cambia completamente genere nella sezione successiva, Dipingere la città moderna, che segna l’avverarsi dell’antico progetto degli Impressionisti di organizzare un’esposizione indipendente, visti i numerosi rifiuti dei loro quadri ai Salon ufficiali.
Se da una parte Monet fa sensazione alla prima manifestazione del gruppo con il dipinto Impression, soleil levant (Impressione, sole nascente), egli si propone al contempo come pittore della vita moderna e della nuova realtà urbana, con un interesse particolare per il porto industriale di Le Havre.
Dopo aver presentato, alla terza mostra impressionista del 1877, diverse vedute della Gare Saint-Lazare, vera e propria cattedrale del XIX secolo, analizzata in tutte le variazioni di luce tra i fumi delle locomotive, è in occasione dell’Esposizione Universale del 1878 che può mettere alla prova la sua tecnica con la rappresentazione della vitalità urbana.
E’ infatti di quell’anno l’opera intitolata La Rue Montorgueil a Parigi. Festa del 30 Giugno 1878 e realizzata in occasione della festa “della pace e del lavoro”, istituita quello stesso anno dal governo e che si pone a chiusura della Terza Esposizione Universale di Parigi.
Nel quadro, rappresentato da una prospettiva sopraelevata (probabilmente da una finestra), si coglie immediatamente la vibrazione dei tre colori della Francia moderna: la pennellata è molto vivace per rendere al meglio lo sventolio delle bandiere e l’animazione della folla, la particolare inquadratura scelta rivela un’inaspettata vocazione da moderno reporter.

La Rue Montergueil a Parigi. Festa del 30 Giugno 1878

Le scene di interni sono rare, ma sono tuttavia testimonianze brillanti della vita moderna. In molte di queste troviamo Camille, la moglie di Monet, ritratta con il loro primogenito Jean nato nel 1867. In Un angolo di appartamento (1875) il bimbo appare all’interno della seconda casa abitata dalla famiglia ad Argenteuil, mentre sullo sfondo della composizione, immersa nella penombra, si intravede Camille.
Il primo piano, costituito da un arredamento simmetrico – tappezzerie con motivi colorati, piante verdi, vasi decorativi che si trovano in altri dipinti di Monet – indirizza l’occhio dello spettatore verso il fondo della tela, fino alla zona luminosa della finestra, come un sipario che si apre su un palcoscenico. Solo in un secondo momento si notano Jean, in piedi e leggermente spostato sulla destra, il lampadario e il tavolo al centro, e infine Camille seduta sulla sinistra.
E’ una scena intima, silenziosa, immagine della quotidiana vita familiare ad Argenteuil, riprodotta in uno spazio dalla tonalità azzurrina.

Un interno di appartamento

Il quarto “capitolo” di questa speciale puntata di storia dell’arte, Monet e la rappresentazione della figura umana, mostra un aspetto meno noto della produzione di questo artista.
Partendo dall’idea, che era già stata di Manet, che l’inserimento di personaggi in un paesaggio sarebbe stato indispensabile per farsi notare al Salon, Monet progetta di presentarvi nel 1866, alla sua seconda partecipazione, un enorme dipinto (4,6×6 metri) che rappresenti un Déjeuner sur l’herbe (Colazione sull’erba).
Il soggetto è eminentemente moderno, poiché raffigura la novità di una società borghese e industriale che scopre gli svaghi e la campagna, diventata più accessibile grazie alle nuove linee ferroviarie. Questo frammento, unitamente ad un secondo, anche questo conservato al Musée d’Orsay, resta a unica memoria della monumentale tela. Il progetto fu infatti abbandonato poco prima dell’inaugurazione del Salon per il quale l’opera era destinata. Nel 1920, il pittore racconta in prima persona cosa ne era stato del quadro: “Dovevo l’affitto al proprietario di casa e, non potendo fare altrimenti, gli ho dato in pegno la tela che costui ha tenuto avvolta in cantina. Quando finalmente sono riuscito a procurarmi la somma necessaria per riprenderla indietro, capirete bene che la tela aveva avuto tutto il tempo necessario per ammuffire”. Monet recupera la tela nel 1884, la taglia e ne conserva solo tre frammenti, il terzo dei quali è oggi scomparso.

Colazione sull’erba

Monet non presenta dunque questo dipinto al Salon, ma vi invia un ritratto in piedi della sua futura sposa, Camille, con un lungo abito verde, che riscuote un grande successo e gli vale senza dubbio la commissione, nel 1868, del Ritratto di Madame Gaudibert, moglie di un ricco commerciante di Le Havre, opera nella quale mostrerà una grande padronanza della restituzione dei riflessi di luce sulle stoffe. Monet riprende i codici allora in uso per i ritratti in piedi, dando tuttavia prova di originalità rappresentando la modella di tre quarti, di spalle e privilegiando l’abito piuttosto che il volto, quasi a significare che esso può raccontare altrettanto bene quanto lo sguardo.

Ritratto di Madame Gaudibert

Nel 1878 Monet con la moglie e i due figli si stabilisce a Vétheuil, in una casa sufficientemente grande per accogliere la sua famiglia e quella del suo collezionista Ernest Hoschedé, in grande difficoltà a causa un rovescio finanziario.
Lontano dall’aria di villeggiatura di Argenteuil, Vétheuil offre a Monet una natura intatta: il primo inverno gli dà anche l’opportunità di dipingere degli straordinari paesaggi innevati. Il fascino del succedersi delle stagioni influenzerà il suo lavoro sulle serie di una decina di anni più tardi.
Facendo della chiesa del paese, che domina sulla Senna, un vero e proprio segno di riferimento, ne moltiplica gli angoli di visuale e le atmosfere, utilizzando spesso la sua barca come atélier. Queste opere sono pervase da un senso generale di incompiutezza, spesso criticato sai contemporanei, ma la giustapposizione delle pennellate produce una particolare sensazione nell’occhio dello spettatore e i tratti si ricompongono in un’unica immagine.

Effetto di neve a Vétheuil

Il soggiorno a Vétheuil è funestato dalla morte di Camille, ma segna anche l’inizio, per il momento ancora modesto, del successo commerciale delle sue opere. Infatti, all’inizio degli anni Ottanta, grazie soprattutto al sostegno di mercanti come Paul Durand-Ruel (1831-1922), Monet riesce a trarre sempre maggiore fortuna economica dalla sua pittura.
Inizia per lui un periodo di numerosi spostamenti, come è testimoniato nella sesta sezione, Giverny e il moltiplicarsi dei viaggi artistici.
La zona di Giverny, dove Monet si trasferisce definitivamente nel 1883, verrà esplorata in lungo e in largo e sarà ispiratrice di numerose opere.

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La casa dei doganieri. Effetto di pomeriggio, 1882

Sarà quindi la volta delle coste della Normandia (Gli scogli di Belle-Isle, 1886) e della Costa Azzurra, ove mette alla prova la sua tecnica con luci del tutto differenti.
Scopre a Bordighera, che definisce “un paradiso terrestre”, l’amore per i giardini lussureggianti, che svilupperà poi nel suo giardino di Giverny (Le ville a Bordighera, 1884)

Monet_Ville_a_Bordighera

Le ville a Bordighera

Gli piace anche ritornare in luoghi che sono già stati oggetto dei suoi quadri, come Etretat o l’Olanda, quasi volesse sperimentare l’evoluzione della sua tecnica. In particolare nel vivace Campi di tulipani in Olanda (1886) i motivi geometrici delle coltivazioni di tulipani trovano nel suo pennello una meravigliosa rappresentazione.

Campi di tulipani in Olanda

Siamo così arrivati, con Monet oltre l’Impressionismo: tra simbolismo e arte moderna, alla fine del percorso e al raggiungimento definitivo della fama e dell’agiatezza del Nostro.
I colori con i quali Monet restituisce i paesaggi si fanno più personali, l’armonia che caratterizza ora la sua pittura la avvicina alla musica e ai suoi principi: è il periodo delle “serie”, dopo una prima esposizione di Covoni presso la galleria di Durand-Ruel nel 1891.
Da allora in poi, i temi si succederanno: i Pioppi, e poi Venezia, Londra, Rouen, dove Monet riesce a cogliere a meraviglia le diverse atmosfere che attraversano le ore del giorno o le stagioni.
Esposti affiancati per meglio coglierne le sfumature offerte dalle diverse ore del giorno, La cattedrale di Rouen. Il portale. Tempo grigio (1992) e La cattedrale di Rouen. Il portale e la torre Saint Romain in pieno sole (1993)

La cattedrale di Rouen. Il portale. Tempo grigio

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La cattedrale di Rouen. Il portale e la torre Saint Romain in pieno sole

Questi due straordinari esempi fanno parte di un ciclo di trentuno dipinti composti dal 1892 al 1894. Monet dipinse la facciata della cattedrale di Rouen in vari momenti della giornata e dell’anno (diverse luci, diversi colori, diverse stagioni rappresentate), sottolineando le differenze cromatiche tra le singole condizioni atmosferiche. La luce ha qui lo stesso valore del soggetto: Monet illustra l’importanza della luce in base alla soggettiva impressione e percezione del contemplatore. La luce è qualcosa di impossibile da catturare, essendo in costante mutamento, ma l’abilità impressionistica di Monet, e la memoria stessa, lo assistono nella sua rappresentazione. L’intreccio sottile dei colori, l’acuta percezione dell’artista e l’uso brillante di tutte le texture servono a creare una serie di immagini cangianti di luce e colore, dei veri capolavori.
Abbagliante è l’aggettivo che meglio si adatta al famosissimo Londra. Il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia (1904). Con la sua leggendaria nebbia Londra offre un soggetto che ben si presta alle serie atmosferiche. Monet lavora sulla terrazza dell’Hotel Saint-Thomas, sulla riva opposta del Tamigi, tracciando una prospettiva nella quale l’edificio sembra emergere come un fantasma, immerso in colori splendidi. L’architettura di pietra sembra aver perso ogni consistenza, cielo e acqua sono dipinti con le stesse tonalità, dominate dal malva e dall’arancione. In questa tela la pennellata è sistematicamente frammentata in molteplici macchie di colore che delineano con superba efficacia la densità dell’atmosfera e della foschia. Paradossalmente, questi elementi impalpabili diventano anche più tangibili dell’edificio stesso, che resta indistinto e avvolto nell’ombra.

Londra. Il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia

“Voglio dipingere l’aria nella quale si trovano il ponte, la casa, il battello.

La bellezza dell’aria in cui sono immerse, e la cosa è non meno che improbabile”

Nello spingere questo principio verso formati sempre più grandi, che sfoceranno nel ciclo delle Ninfee del Musée de l’Orangerie, donato allo Stato francese per celebrare la vittoria del 1918, Monet si presenta dunque come uno dei padri della pittura moderna.
In quest’ultima sezione trova posto anche un delizioso quadro raffigurante Suzanne, Germaine e Blanche Hoschedé, figlie di Alice, seconda moglie di Monet: La barca a Giverny (1887 circa). Le ragazze navigano in un tipo di imbarcazione di legno molto popolare in Francia all’epoca e, mentre la più giovane è in piedi e pesca, le due sorelle maggiori sono sedute e si rilassano. Monet ha guardato senz’altro a stampe e xilografie giapponesi, di cui era collezionista, per le loro composizioni in posizione decentrata, dai punti di vista insoliti. Tutti i riferimenti esterni al mondo al di là del fiume sono tagliati fuori dalla composizione: Monet omette il cielo e la terra, la vista della riva opposta è limitata dal sottobosco di verde. La luce illumina l’interno della barca, intensificata nell’abito bianco di Germaine e nel cappello e riecheggiata nei costumi blu e bianco delle altre giovani donne, con tocchi caldi di giallo nei cappelli di paglia. La luce del sole filtra attraverso il fogliame e gioca in primo piano sul fiume. In questo dipinto Monet accarezza dolcemente il senso della vista, ma al contempo evoca anche l’udito, olfatto e il tatto: il mormorio del vento e il frangersi dell’acqua lungo lo scafo sono quasi tangibili.

La barca a Giverny

Magnifico il dipinto a olio Prova di figura all’aria aperta. Donna con parasole girata verso destra (1886), in cui Monet ritrae ancora una volta la figliastra Suzanne, che ha posato per questo quadro sino allo sfinimento, assecondando l’artista che voleva riprodurre i più impercettibili cambiamenti della luce. Di quest’opera semplicissima nella sua costruzione – una donna con un parasole in un campo, nel mezzo di una giornata ventosa – esistono la versione girata verso destra e quella verso sinistra, e più la si osserva, più incanta per la delicatezza dei colori, la lievità del tratto, la sensazione trasmessa dal tocco del pennello del vento che sfiora i capelli. E’ pura magia.

Prova di figura all’aria aperta. Donna con parasole girata verso destra

Ci si aspetta sempre molto da esposizioni come queste, dedicate a mostri sacri dell’arte e a movimenti che hanno rivoluzionato la storia della pittura e che si sono radicati così profondamente nella nostra cultura. Forse troppo, e si rischia, come dicevo all’inizio, di restarne delusi.
Ripensandoci a mente fredda, però, mi trovo d’accordo con quanto ho letto: “La mostra consente di mettere a fuoco alcuni tratti decisivi della complessa evoluzione del percorso artistico di Monet, evidenziando la varietà e qualità della sua tecnica pittorica, concentrando lo sguardo su temi e innovative soluzioni che ne fanno uno dei padri indiscussi dell’arte moderna.
Sconvolgendo i codici tradizionali della pittura, istituzionalizzando il principio delle serie, Monet diventa uno dei padri delle avanguardie della modernità di inizio Novecento. Nel suo dare libero sfogo alla gioia dei colori e della pittura, alla reinterpretazione onirica di un giardino creato per le necessità della sua arte, egli si trova anche al crocevia tra simbolismo e astrazione.”

 

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2 commenti su ““Monet non è che un occhio, ma buon Dio che occhio!” (Paul Cézanne): Claude Monet in mostra alla GAM di Torino

  1. wolfghost
    gennaio 21, 2016

    Non ho mai amato particolarmente questo tipo di blog, a “francobollo”, ma lo trovo molto adatto al sito: quando si tratta di articoli e recensioni, senza una necessaria collocazione temporale, non c’è nulla di meglio di avere a colpo d’occhio un buon numero di articoli tra cui scegliere 🙂
    Davvero completo e interessante l’articolo. Dovrebbero stamparlo e distribuirlo all’ingresso della prossima mostra su Monet! 😉

    http://www.wolfghost.com

    Piace a 1 persona

    • ilpadiglionedoro
      gennaio 21, 2016

      Grazie Wolf, sei troppo buono 🙂
      Per quanto riguarda il nuovo layout del blog, mi è piaciuta l’idea dell’avere sott’occhio praticamente tutti gli articoli e di avere titolo e immagine “di copertina” in evidenza. Avevo voglia di cambiare e questo è quello che mi ha soddisfatto di più.

      Mi piace

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