Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Henri Cartier-Bresson e gli altri – I grandi fotografi e l’Italia” in mostra al Palazzo della Ragione di Milano

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Resterà aperta fino al 7 febbraio 2016 la bellissima e “impegnativa” mostra fotografica “Henri Cartier-Bresson e gli altri – I grandi fotografi e l’Italia” allestita a Palazzo della Ragione, spazio espositivo interamente dedicato alla fotografia, inaugurato nel giugno 2014 nel cuore di Milano.
In un percorso suddiviso in sette ampie aree tematiche, all’interno delle quali si sviluppa una storia indiretta della fotografia e dell’evoluzione dei suoi linguaggi in uno spazio temporale di quasi ottant’anni, 36 grandi fotografi internazionali ci restituiscono la loro personale visione del nostro Bel Paese, rivelandolo in tutta la sua bellezza, le sue luci e le sue ombre.
Grazie ai chiari e ampiamente descrittivi pannelli che introducono ogni sezione, mi è stato possibile raccogliere le numerose idee e riordinare gli spunti offerti dalle tante suggestioni visive proposte.
Mi dilungherò parecchio, ma ne vale la pena: qui ci sono i protagonisti della storia della fotografia.

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“Sono ossessionato da una sola cosa, il piacere visivo. La mia gioia più grande è la geometria, cioè la struttura. Non è che vada alla ricerca di una struttura, di forme, motivi o cose del genere quando fotografo, ma provo un piacere sensuale, e al tempo stesso intellettuale, quando vedo che ogni cosa è al posto giusto. E’ il riconoscimento di un ordine che appare sotto ai tuoi occhi. E infine – ma questo è solo il mio modo di sentire – amo scattare. Essere presente. E’ come dire “Sì! Sì! Sì!”, come le ultime tre parole dell’Ulisse di Joyce. …Non ci sono “forse” Perché è tutta questione di un istante. E un momento. Una presenza. C’è o non c’è. E dire “Sì”!” è un piacere meraviglioso. Anche se è qualcosa che detesti.
(Da un’intervista di Sheila Turner-Seed a Henri Cartier-Bresson, 1973)

Il lungo viaggio in Italia è introdotto da Henri Cartier-Bresson, maestro indiscusso di generazioni di fotografi. Già negli anni Trenta l’allora giovane Cartier-Bresson – non ancora tra i fondatori della grande agenzia Magnum – realizza alcuni memorabili scatti destinati ad entrare nella storia dell’immagine: il suo sogno umanista di fermare il tempo, di cogliere il momento decisivo nel flusso in divenire della realtà influenzerà a lungo la fotografia di tutto il mondo e sarà adottato da intere generazioni di fotografi.

Henri Cartier-Bresson, Livorno (1933)

Robert Capa, fondatore della Magnum con Cartier-Bresson e David Seymour (che lo segue nell’esposizione) arriverà con le truppe americane nel 1943, risalendo la penisola dalla Sicilia e ritraendo la folla siciliana che saluta entusiasta con fazzoletti bianchi e bandiere a stelle e strisce.

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Robert Capa, Monreale (1943)

I primi viaggi di David Seymour si svolgono nell’immediato dopoguerra (1949-1955) e sono dedicati essenzialmente alla capitale e ai suoi tesori. Egli prende in affitto una camera all’Hotel d’Inghilterra, vicino a Piazza di Spagna e lì avrà il suo quartier generale per quattro anni, fino a quando non affitterà uno studio in Via degli Orsini, nel maggio 1955.

David Seymour, Bernard Berenson osserva la statua di Paolina Borghese di Canova alla Galleria Borghese

Si passa quindi da una giovanissima Cuchi White, ancora studentessa, che si ferma a Venezia, a Firenze, nel Sud, per ragioni di studio, a Herbert List il quale, quando negli anni Cinquanta soggiorna a Napoli, ha già percorso l’Italia più volte, alla ricerca delle luci e delle atmosfere della classicità.

Cuchi White, Alberobello (1953)

Herbert List, Napoli. Via Pallonetto (1960)

“Non esiste alcuna ricetta per i fotografi, un’opera d’arte può nascere tanto da un’accurata progettazione quanto da una fugace intuizione. Come un buon pittore non tenta di ricreare sulla tela con il suo pennello una riproduzione fotografica, alla stessa stregua il buon fotografo non deve “dipingere” con la propria macchina
(H. List)

William Klein, giovane americano affascinato dal cinema italiano e assistente di Fellini nel 1956, usa il suo spregiudicato e tagliente linguaggio per raccontare Roma e i romani. Egli amava fotografare per strada, per cogliere il movimento generale. Nessuna visione privilegiata dall’alto, ma un modo di inquadrare dal basso, sporco, “macro”, a contatto con i corpi.

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William Klein, Roma (1956)

“Dopo pranzo Roma soccombeva nel sopore dell’agosto.
Il sole di mezzogiorno restava immobile in mezzo al cielo e nel silenzio delle due del pomeriggio si udiva solo il rumore dell’acqua, che è la voce naturale di Roma.
Ma verso le sette di sera le finestre si aprivano di colpo per far entrare l’aria fresca che cominciava a muoversi e una moltitudine festante usciva in strada senza nessuno scopo eccetto quello di vivere, in mezzo allo scoppiettare delle motociclette”
(Gabriel Garcia Marquez, Dodici racconti raminghi, 1992)

Di tutt’altro tenore le fotografie di grande impatto di Sebastião Salgado nella sua straordinaria indagine dedicata al lavoro dell’uomo, ove ritrae le tonnare siciliane con un linguaggio forte, intenso, che enfatizza la lotta dell’uomo contro la natura e con il quale crea una sequenza di drammatiche immagini.

Sebastiaõ Salgado, Trapani. Gli equipaggi condotti dal rais si radunano all’alba per dare inizio alla mattanza (1991)

Si passa poi alla sezione dedicata alla “poesia del bianco e nero”, colori preferiti dalla fotografia internazionale fino agli anni Ottanta del secolo scorso. Declinato con linguaggi diversi, e anche in momenti diversi, il bianco e nero conserva intatta la sua poesia.
Claude Nori esplora le spiagge della sua infanzia, delle sue “estati italiane” e soprattutto testimonia il fascino di un’adolescenza che sta per trasformarsi in giovinezza, mentre George Tatge, nella sua “Italia metafisica 1982-2010”, privilegia la ricerca di simboli, di geometrie, di archetipi dei quali, nella sua rilettura metaforica, l’Italia è ricca.
Il bianco e nero viene usato anche da Helmut Newton nel 1998 per le sue “72 ore a Roma” dove esplora la notte e si dedica a passeggiate notturne con gli amici per le vie della città. Le sue inquadrature rispettano le architetture, ma la lezione della moda, nelle posture dei suoi soggetti, impone comunque le proprie regole.
Guy Mandery fotografa i porti del Mediterraneo, l’Italia Meridionale, alla ricerca di suggestioni letterarie e pittoriche di paesaggi importanti, di una cultura che gli consenta, come lui stesso dichiara, di ricucire la trama di un passato lontano e di un presente troppo presente.
Sono racconti diversi nei luoghi e nel tempo resi vicini dalla scelta estetica e narrativa del bianco e nero, ma anche dai dichiarati intenti di tributare un affettuoso omaggio a diversi luoghi italiani.
Le città della cultura e dell’arte sono inevitabilmente al centro della ricerca espressiva di moltissimi autori. Colore e bianco e nero diventano indifferentemente strumenti aperti ad ogni possibile sperimentazione linguistica.
Alexey Titarenko ama da sempre Venezia e alla città lagunare ha dedicato quasi quindici anni di lavoro, dal 2001 al 2014, tornandoci in tutte le stagioni e affrontando la narrazione con un linguaggio già collaudato nelle sue esperienze a San Pietroburgo.

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Alexey Titarenko, Venezia. San Barnaba (2006)

Venezia è da sempre nel mio cuore, com’è nel cuore di chiunque sia nato a San Pietroburgo, perché la città dove sono venuto al mondo è stata creata a sua immagine e somiglianza ed è persino chiamata ‘la Venezia del Nord’. Tuttavia il clima rigido e i disastri della storia vi hanno lasciato il loro segno. ‘Piter’ non può considerarsi un luogo felice… Così Venezia è diventata per me qualcosa come il modello di una San Pietroburgo felice”
(A. Titarenko)

Abelardo Morell usa una raffinata e personale elaborazione del foro stenopeico (che lui definisce come “camera oscura”) grazie al quale nella stessa immagine unisce paesaggi e interni, in un gioco di sintesi di grande fascino evocativo.
Con questa tecnica, dal 2006 a 2009 realizza fotografie di siti iconici di Firenze, Venezia e Roma, come il Pantheon o San Marco.
Bernard Plossu attraversa in treno le città italiane e racconta i suoi viaggi con l’emozionata imperfezione dell’immagine in movimento, mentre Gregory Crewdson visita Cinecittà, i set che stanno cadendo in rovina, e documenta un inquietante mondo nel quale realtà e finzione sono inscindibili.
Hiroyuki Masuyama ricostruisce con multiple esposizioni la Venezia già dipinta da William Turner. In “After J.M. Turner. Venezia 2010” Masuyama “usa lo strumento della fotografia come ‘luogo d’incontro’ fra arte e realtà, come equalizzatore di polarità troppo differenti per poter essere comparate e quindi bisognose di un piano intermedio d’incontro, che salvaguardi la libertà del linguaggio artistico e la coerenza o, ancor più, la testimonianza della realtà” (M. Meneguzzo, Diario simultaneo, 2014)

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Hiroyuki Masuyama, Venezia (2010)

Sarah Moon si lascia affascinare da una Reggio Emilia silenziosa e invernale, una sorta di rifugio dal caos circostante. “Sono partita la sera del 7 gennaio (dopo la strage di Charlie Hebdo), a Parigi regnava l’orrore. Atterrata nella notte, alla fine dell’autostrada già la frontiera, il ponte di Calatrava, un raggio di luce nel buio, e poi Reggio, un’enclave, un’isola, lontano dal dramma, lontano dal caos, silenziosa, tranquilla, anche se l’eco era ovunque, sugli schermi, nelle radio e il rumore continuava a risuonarmi nella testa. Qui il tempo si era fermato…L’inverno ancora più freddo gelava i giardini che fotografavo, il vento aveva spogliato gli alberi, sdraiato la statua. Nessun turista, solo bianco e gente del loco”

Sarah Moon, Inverno a Reggio Emilia (2015)

Irene Kung fa emergere dal buio gli edifici milanesi, illuminando solo ciò che suscita il suo interesse.

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Irene Kung, La città invisibile. Milano. Il Duomo (2010)

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Irene Kung, La città invisibile. Milano. Il Teatro Alla Scala (2010)

“Di una città non godi le 7 o 77 meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”
(Italo Calvino)

Il quarto itinerario è dedicato al “linguaggio documentario”, la cui formulazione viene fatta risalire al fotografo statunitense Walker Evans: un modo di raccontare la realtà che non interpreta ma cerca programmaticamente di mantenere un atteggiamento neutrale e di trascriverla “oggettivamente”.
Il primo fotografo che qui incontriamo è Paul Strand, filmaker e raffinato interprete della “straight photography”, che con Cesare Zavattini ha realizzato una delle più straordinarie opere dedicate alla realtà contadina: “Un Paese”, del 1953.
Strand, attraverso ritratti, still life e paesaggi conserva la storia del piccolo centro emiliano di Luzzara.

Paul Strand, Luzzara (1953)

La scuola tedesca del paesaggio rinsalda la lezione di Evans e crea un’area internazionale d’interesse nei confronti di una rilettura di architetture e paesaggi scevri da tentativi di interpretazione. Numerosi i fotografi selezionati per quest’area: Thomas Struth, che rivolge la propria attenzione al centro storico di Milano; John Davies, con il suo interesse per il legame tra fotografia e territorio negli anni Novanta; Jordi Bernadó, che si concentra con apparente rigore sui palazzi romani del potere; Mark Power, che indaga su “monumenti e luoghi della memoria” in diverse città italiane e Axel Hütte, che regala straordinarie visioni delle Alpi.

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Jordi Bernadó, Roma. I luoghi del potere. Palazzo Chigi (2007)

Il Grand Tour continua toccando anche una fotografia più “disturbante”, quella dei disagi esistenziali e degli scempi architettonici: Art Kane dedica a Venezia una serie di immagini realizzate con la tecnica della sovrapposizione di due diapositive, quasi un memento a difesa della città e un invito a “vedere” quello che potrebbe accadere, mentre Michael Ackerman racconta in una lunga sequenza un doloroso incontro napoletano.

Art Kane, The Waters of Venice (1969)

Volevo che la gente si rendesse conto di come si sarebbe sentita e come sarebbe stato se Venezia improvvisamente fosse stata inghiottita dall’Adriatico e se si fosse vista affondare questa incredibile città. Volevo anche dedicare un tributo a Piazza San Marco, un posto incredibile, uno dei più belli che abbia mai visto.
Ho utilizzato il montaggio come strumento poetico per sfuggire al realismo fotografico. Non so fotografare in modo realistico. Ho bisogno di espedienti per sfuggire a quella che riteniamo la visione normale

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Michael Ackermann, Napoli (2001)

“Nell’estate del 2001 ero a Napoli, che penso sia l’ultima vera città d’Europa. Immutata, nuda e imprevedibile. Piena di mistero e di un senso di pericolo. Ma io mi stavo divertendo molto…era tanto piacevole che ne andavo pazzo.
Una sera, mentre passeggiavo con la mia ragazza…sono andato a cercare un viale dove ho visto un sacco di siringhe in terra. Girato l’angolo ho visto quest’uomo. Da lontano ho cercato lentamente di rubare un’immagine. Mi ha guardato e ha detto: ‘Vieni vicino. Non mordo’ “

Fanno da contraltare a queste immagini numerosi autori che rileggono il nostro Paese con sguardo positivo: Joel Meyerowitz racconta le luci magiche della Toscana e arricchisce le sue immagini con il contributo poetico di Maggie Barret; Steve McCurry, a Venezia, è affascinato dall’alchimia estetica che si crea tra le persone e l’ambiente e Martin Parr invece si concentra sui turisti che frequentano la costiera amalfitana: il suo sguardo non giudica ma documenta, attento in modo particolare a raccontare il bisogno delle “testimonianze di sé”, alla presenza e all’utilizzo di strumentazioni tecnologiche che sembrano essere le compagne di viaggio di tutti i visitatori del litorale campano.

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Joel Meyerowitz, Tuscany (2002)

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Steve McCurry, Venezia (2011)

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Steve McCurry, Venezia. I mantelloni (2011)

Martin Parr, Costiera amalfitana (2014)

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Martin Parr, Pompei (2014)

“Machu Picchu, luogo impervio, ma anche alle sette di mattina è affollato di turisti
Quando visiti un luogo lo scopri spesso diverso dall’idea che ti sei fatto di esso
Fa tutto parte ella contraddizione del turismo moderno: i luoghi vengono distrutti dalla loro stessa popolarità, sta succedendo ovunque” (Martin Parr)

Nel nuovo millennio diversi autori si dedicano alla rilettura della realtà italiana cogliendo a pretesto stereotipi collaudati dalla consuetudine, arricchendoli tuttavia di allegra ironia, come nel caso di Hans van der Meer, appassionato di calcio che dedica alla pratica amatoriale sui campetti italiani un capitolo di una sua ampia analisi sui campi di calcio europei, e di Martin Parr, o di poesia, ed è il caso di Joel Meyerowitz e di Harry Gruyaert.
Gruyaert percorre più volte l’Italia, per numerosi e diversi incarichi professionali, e ricostruisce poi una propria personale rilettura che si articola intorno al fascino del colore e alle sue possibili declinazioni.
Joan Fontcuberta, ironico studioso dei meccanismi di trasmissione dell’informazione fotografica, si lascia affascinare dai “gabinetti delle curiosità” delle collezioni scientifiche dei musei emiliani.
Chiude idealmente il percorso espositivo la narrazione autobiografica.
In questi anni di frettolose testimonianze della propria presenza nel mondo, è una pratica molto diffusa. Ci sono autori per i quali l’autoritratto è solo un episodio, il desiderio occasionale di verificare la propria presenza in un determinato contesto, altri invece che hanno costruito un’identità narrativa a partire dalla propria immagine.
Gli autoritratti di Nobuyashi Araki rientrano certamente nel primo caso, affascinato da Venezia e compulsivo narratore di tutti i suoi incontri, Araki ritrae se stesso, quello che vede per le calli, quello che mangia.

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Nobuyashi Araki

La narrazione di Sophie Zenon coinvolge invece le sue radici familiari nel tentativo di ritrovare un luogo di appartenenza. La fotografia diventa per lei una sorta di carta dell’esilio, strumento di riflessione sullo sradicamento e sulla solitudine di chi è emigrato e ha dovuto abbandonare il proprio paese.
Infine Elina Brotherus e i suoi autoritratti nel paesaggio che si ricollegano all’inizio del nostro itinerario allo stupefacente e modernissimo autoritratto di Henri Cartier-Bresson che ha dato il via a questo lungo viaggio.

 

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3 commenti su ““Henri Cartier-Bresson e gli altri – I grandi fotografi e l’Italia” in mostra al Palazzo della Ragione di Milano

  1. babajaga
    dicembre 10, 2015

    Adoro la fotografia come mezzo espressivo ( del resto sono figlia di un fotografo…) e senza togliere meriti ai professionisti attuali mi è molto cara la fotografia dell’era pre-digitale,ormai divenuta passione di nicchia. Ci sono naturalmente fotografi che prediligo in assoluto,ma questi che hai citato sono tutti grandi maestri dello scatto,e ciascuno ha caratterizzato col proprio stile personale il modo di descrivere la realtà regalando dei veri e propri capolavori. Ottimo post ,complimenti.
    Daniela

    Piace a 1 persona

    • ilpadiglionedoro
      dicembre 10, 2015

      Grazie Daniela. Concordo con te riguardo ai grandi fotografi dell’era pre-digitale e delle foto non eccessivamente ritoccate. In particolare il bianco e nero non perde mai il suo fascino.

      Piace a 1 persona

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