Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Foto/Industria 2015 – Il MAST di Bologna: un “edificio di frontiera”

Bologna “la dotta”, per la sua università, la più antica del mondo occidentale (fu fondata nel 1088).
Bologna “la grassa”, per la passione dei suoi abitanti verso la buona cucina.
Bologna “la rossa”, per l’inconfondibile colore dei suoi edifici ma anche dell’orientamento politico che da sempre la contraddistingue.
Le strade sono vivaci, popolate da giovani che rendono l’atmosfera ovunque un po’ goliardica, profumate dei mille aromi che fuoriescono da bar, trattorie, ristoranti, caffè che si alternano ai negozi sotto i portici.

044I portici, circa 40 km nel solo centro storico, inconfondibile caratteristica della città, che se ne fa un baffo della pioggia. E poi le torri, degli Asinelli e della Garisenda le più note, che svettano bucando la nebbia invernale. La scenografica Piazza Maggiore, con la Basilica di San Petronio, il Palazzo Comunale, il Palazzo del Podestà, la fontana del Nettuno col tridente alto verso il cielo. Piazza Santo Stefano, con la caratteristica Basilica “delle sette chiese”, un insieme di edifici paleocristiani, romanici e gotici.

IMG_5994Bologna e suoi canali, sì certo, io non lo sapevo, e voi? A Bologna c’è un sistema di canali creato per collegare la città al fiume Po e per fornire acqua ed energia meccanica agli opifici. La maggior parte dei canali è stata interrata nel corso degli anni, ma in alcuni punti sono ancora visibili; e la vista è suggestiva.

036Ma Bologna ha anche un’altra faccia.
L’ho scoperta grazie alla cara amica Velia che, dopo avermi fatto qualche mese fa da esperta e simpatica guida turistica attraverso la storia della città, lo scorso week end, complice la pioggia, mi ha condotto in quel di Via Speranza, Borgo Panigale, a visitare il MAST Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia.
Il futuro, l’avanguardia, la tecnologia, in un complesso di edifici ed iniziative che fanno mormorare “Il domani è qui”.
L’occasione è stata la seconda Biennale di Foto/Industria, promossa e organizzata appunto dalla Fondazione MAST: quattordici mostre, a ingresso gratuito, dedicate alla fotografia industriale, suddivise tra la Fondazione stessa e il centro città, aperte fino al 1 Novembre, mirate a gettare un ponte tra la fotografia e il mondo del lavoro.
MAST è una Fondazione non profit di recentissima costituzione (è nata nel 2013), che ha lo scopo di promuovere progetti basati sull’innovazione e offrire servizi di welfare aziendale attraverso un processo di osmosi tra l’impresa e la città, rivolgendosi in particolare alle nuove generazioni.

Il MAST con la scultura di Mark di Suvero

La sede, progettata dallo studio romano Labics, è una nuova cittadella che nasce da un intervento di trasformazione di un’area industriale dismessa e offre un’area didattica esperienziale, di sperimentazione e di gioco, progettata con i principi dell’“edutainement” (education-entertainement), ove viene rappresentata un’astrazione della tecnologia meccanica. Si possono non solo vedere, ma anche utilizzare, modelli in miniatura di macchinari (selezionatrici di prodotti, piani interattivi e molto altro), ammirare immagini fotografiche che rappresentano il mondo del lavoro, dal Novecento alla contemporaneità, passeggiare fra sculture di artisti come Olafur Eliasson (Sphere), Arnaldo Pomodoro (Sfera), Donald Judd (Coffee Table), Anish Kapoor (Shine), mentre il prospetto principale è aperto su un giardino dominato dalla presenza di Old Grey Beam, un’ardita scultura alta quanto l’edificio, opera di uno dei più celebri artisti contemporanei, Mark di Suvero.

Anish Kapoor, Shine

Si entra nel magico mondo del MAST

Altri spazi sono dedicati al centro wellness, al ristorante aziendale, alla caffetteria, al nido, all’auditorium.
Per la Biennale di Foto/Industria MAST ha messo a disposizione gli spazi della Photo Gallery per l’esposizione delle fotografie dei finalisti del concorso “GD4photoart” e del vincitore dell’edizione di quest’anno, Óscar Monzón. Fianco a fianco reporter, ritrattisti, nomi noti e sconosciuti, tutti accomunati dalla volontà di trasmettere attraverso i loro scatti l’umanità e la problematicità del lavoro.

L’ingresso alla Photo Gallery

Óscar Monzón ha conquistato la ribalta internazionale con il progetto “Karma”, nel quale, come apprendo dalle informative del MAST, “lanciava sguardi da paparazzo e da pubblicitario sulla cultura dell’automobile. La sua proposta enfatizzava il sortilegio di una tecnologia che agiva simultaneamente come oggetto di desiderio, feticcio e simbolo di potere, ma anche come contenitore di identità ed esperienza.”
In “Maya”, di cui sono esposte alcune opere, Monzón si occupa ancora di pubblicità, prendendo spunto però dalla fantascienza: “la fantascienza che immagina mondi distopici di moltitudini solitarie e sottomesse al controllo di occhi che tutto vedono”. E’ uno scenario fatto di atmosfere profonde e drammatiche che permeano un mondo solo in apparenza felice, ma in realtà disumanizzato.

Foto di Óscar Monzón

Tra gli altri finalisti incontriamo Marc Roig Blesa, che ha svolto un importante ruolo nella documentazione delle battaglie socio-politiche. “Il tema della fotografia in relazione al lavoro, alla sua visibilità/invisibilità e all’urgenza di trovare forme contemporanee di attivismo visivo in epoca postfordista è centrale nella prassi artistica di Werker Magazine, un collettivo composto dallo stesso Blesa e Rogier Delfos”. Il progetto con cui Blesa ha partecipato a questo concorso, “Werker 10 – Community Darkroom”, mira a ricreare lo spazio espositivo come spazio pedagogico, che permette allo spettatore di assumere un ruolo attivo nel processo di produzione dell’immagine: ciascuno di noi può creare la propria fotografia di “lavoro invisibile”, il lavoro domestico, l’attività di volontariato, un lavoro informale. Seguirà poi un processo collettivo di editing e di impaginazione dei prodotti finiti durante il workshop.
E’ quindi la volta di Raphaël Dallaporta, fotografo sui generis di mine antiuomo rappresentate come fossero prodotti commerciali e accompagnate da didascalie, si è presentato a Foto/Industria 2015 con un progetto legato al CNES, il Centro Nazionale di studi spaziali francese. Egli ha infatti realizzato una serie di immagini su Symphony, grandioso programma satellitare franco-tedesco primo in Europa, antesignano del GPS. Le sue fotografie propongono le antenne satellitari di Symphony, in parte smantellate, per sottolineare come il tempo stia cancellando anche il ricordo di quegli enormi progetti, ormai lontani anni luce da noi, se pensiamo ai passi da gigante compiuti dalla comunicazione.

Fotografia di Raphaël Dallaporta

Ho lasciato volutamente per ultimi gli altri finalisti del concorso, quelli le cui immagini più mi hanno colpito: gli indiani Madhuban Mitra e Mana Bhattacharya.
I due fotografi si sono focalizzati sull’esperienza di lavoro all’interno di piccole copisterie: attraverso foto singole o dittici, questi squallidi negozietti sembrano la patria della monotonia, con il lavoro incessante delle fotocopiatrici Xerox (che arrivarono in India all’inizio degli anni Settanta) e la noia dipinta sul volto degli addetti. Tuttavia le immagini sono pervase da un colore e una vivacità che cattura subito lo sguardo e le rende opere alle stregua di parte della produzione di Andy Warhol: sono il colore dell’India, sono la tecnologia per cui l’India oggi si distingue, sono l’accesso alla conoscenza a poco prezzo in cui i due artisti sono cresciuti. La fotocopiatrice quindi, al di là della banalità del suo prodotto, assume una valenza universale e viene tolta dall’oblio grazie alla fotografia.

Due foto di Madhuban Mitra e Mana Bhattacharya


I quattro finalisti, tutti under 40, hanno vinto una borsa di studio per realizzare il programma di lavoro previsto.
Oltre alle opere dei fotografi citati, alla Gallery del MAST sono esposti anche i lavori dei finalisti e vincitori delle edizioni precedenti: un vero e proprio excursus sulla fotografia di ricerca sul lavoro, l’industria e le trasformazioni da essa operate sul territorio e sull’uomo.
In un’altra sala della Gallery trova posto una rassegna dal titolo “Dall’album al libro fotografico. L’industria italiana in 120 volumi. Collezione Savina Palmieri”.
La mostra espone 120 libri pubblicati da varie industrie e vuole illustrare l’uso della fotografia nelle opere a stampa e, allo stesso tempo, offrire una panoramica sulla fotografia industriale italiana e la storia dell’industria in Italia.
Come viene specificato nel pannello illustrativo all’ingresso della sala, “La storia dei libri di fotografia industriale si sviluppa lungo tre filoni: storia dell’industria, storia della fotografia e dei fotografi dell’industria e storia della stampa. Nell’arco di un secolo quest’ultima è molto cambiata, passando dalla rotocalcografia su carta naturale, con neri profondi e contorni netti, alla stampa offset di fine anni Cinquanta e Sessanta inizialmente di un monotono grigio, per arrivare all’innovativa carta patinata.”
Allo stesso modo esistono varie tipologie di pubblicazioni di fotografia industriale, tutte documentate ed esposte nella mostra e “sfogliate” virtualmente in pannelli multimediali posti sul muro al di sopra delle teche: c’è l’album rilegato (ad esempio per festeggiare anniversari), la monografia, il libro storico che ripercorre la vita di un’azienda.

A conclusione della visita al MAST, una puntatina alla sala dedicata alle proiezioni di vecchi film sempre sull’argomento del lavoro e del rapporto fra lavoratori e mondo industriale. Tra le proiezioni offerte, abbiamo assistito ad Acciaio, film restaurato del 1933, per la regia di Walter Ruttmann.
Acciaio racconta la rivalità in amore, sullo sfondo delle acciaierie di Terni, fra due operai, Mario e Pietro, che amano Gina. Pietro muore in un incidente in fabbrica ma i compagni sospettano di Mario, che sprofonda in una crisi dalla quale uscirà soltanto grazie a Gina. Scritto da Luigi Pirandello su esplicita richiesta di Mussolini (la sceneggiatura è di Stefano Landi), fu poi rinnegato dall’autore perché il regista aveva dato maggiore importanza all’ambiente in cui il dramma si svolge che non al dramma stesso.

Il manifesto di Acciaio

Acciaio: operaio al lavoro

In effetti il lavoro è al centro dell’intero racconto, con il ritmo massacrante cui sono sottoposti gli operai, il fuoco delle fornaci, l’acciaio incandescente protagonista indiscusso di gran parte delle scene. Coinvolgente da questo punto di vista, di certo un’ottica particolare che ricorda il famosissimo Tempi moderni di Chaplin, sempre degli anni Trenta.
Uscendo, fra vetrate che si aprono sul piazzale antistante e scale trasparenti, un ultimo sguardo alla struttura dell’edificio: un vero gioiello architettonico, un bellissimo luogo di aggregazione dedicato alle arti contemporanee e alla tecnologia, che sta attirando un numeroso pubblico. Un’iniziativa da seguire!

siti

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2 commenti su “Foto/Industria 2015 – Il MAST di Bologna: un “edificio di frontiera”

  1. wolfghost
    ottobre 20, 2015

    Accidenti! Deve essere anche grande per ospitare tutto questo, non è vero?
    Servizio molto interessante, un poco fuori i temi che tratti di solito ma ci sta: sempre di arte si tratta, e i luoghi che la ospitano sono altrettanto importanti 😉
    http://www.wolfghost.com

    • ilpadiglionedoro
      ottobre 21, 2015

      È vero, Wolf, il posto è molto grande e bello. Mi auguro che venga sfruttato a dovere.
      Riguardo al tema dell’articolo, non è fuori dalla linea del blog: ho scritto altre volte di mostre fotografiche…. Diciamo che qui mi sono dilungata un po’ anche sul “contenitore” della mostra perché mi sembrava ne valesse la pena 😉

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