Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Che gelida manina…”: La Bohème al Teatro Alla Scala

Torniamo al Teatro Alla Scala per un’altra famosissima opera, questa volta di Giacomo Puccini: La Bohème.
Spettatrice sempre Eleonora, che ringrazio ancora una volta per il suo contributo di parole e immagini.

*******************

ATT_1440923043462_2015-08-29 22.13.40“Che gelida manina…..” bastano queste tre parole per sentir rispondere “.. se la lasci riscaldar!”
È così ormai da 120 anni, da quando nel febbraio del 1896 andò in scena la prima de La Bohème di Giacomo Puccini, destinata a rimanere una delle opere più amate dell’intero melodramma.
Il libretto, scritto da Illica e Giacosa, collaboratori di sempre di Puccini, e tratto dal romanzo di Henri Murger Scènes de la vie de bohème, ebbe una lunga gestazione con svariati cambi e tagli sotto il controllo e la supervisione del maestro.
Sarà noto a tutti che nello stesso periodo anche Leoncavallo stava scrivendo un’opera sulla Bohème, ma quella di Puccini fece dimenticare in breve l’altra.
La novità di quest’opera sta nella sua semplicità, senza eroi, senza avvenimenti eccezionali, i cui protagonisti sono giovani artisti bohémiens, squattrinati, pieni di speranze che vivono la vita alla giornata.
Una semplicità che si ritrova anche nella struttura dell’opera, che parte senza preludio e che in quattro quadri si concentra su semplici avvenimenti attraverso i quali si sviluppa la storia di Rodolfo e Lucia, più conosciuta come Mimí.
I quattro quadri sono identificati e caratterizzati da svariati motivi musicali, riconoscibili, che ritornano più volte durante l’opera e che ricordano un’atmosfera più che un singolo personaggio.
È nel primo quadro, ambientato nella fredda soffitta, che sono presenti le famosissime arie, con cui si può dire si identifichi l’opera stessa, di Rodolfo “Che gelida manina” e di Mimí “Mi chiamano Mimí” e che sono una sorta di presentazione reciproca dei protagonisti a cui segue il colpo di fulmine tra i due.

Maria Agresta (Mimì) e Vittorio Grigolo (Rodolfo) (ph. Teatro Alla Scala)

Quando a metà dell’aria di Mimí lei comincia a cantare “ma quando vien lo sgelo, il primo sole è mio….” la musica è così evocativa da avere fortissima l’immagine del sole che piano piano spunta all’orizzonte e più è alto in cielo e più è caldo, scioglie la neve sui tetti e la primavera prende il sopravvento.

Il secondo quadro, ambientato tra le strade illuminate a festa per la vigilia di Natale e il Caffè Momus, si può senz’altro identificare con il famoso valzer di Musetta attratta da Marcello, coinquilino di Rodolfo.

Il terzo quadro, in mezzo alla neve e al gelo, è assolutamente in contrasto con l’atmosfera festante e briosa del quadro precedente.
Mimì e Rodolfo sembrano lasciarsi e qui si ha quel famosissimo recitativo di Rodolfo che dice “…dunque è proprio finita…te ne vai, te ne vai…la mia piccina. Addio, sogni d’amor!” e la dolcissima aria di addio di Mimì “Donde lieta uscì” in cui, ancora una volta, grazie ad un libretto davvero magistrale, si capisce quanto sia doloroso per la ragazza dire addio alla loro vita quotidiana fatta di piccole cose (la cuffietta rosa sotto il cuscino, per esempio) più per la morte incombente che non per la separazione, che non avverrà visto il loro immenso amore.

(ph. Teatro Alla Scala)

A questo poi si intreccia il canto di Musetta e Marcello che litigano per gelosia.
L’ultimo quadro è quello della morte di Mimì. Come in una sorta di replay ritornano tutti i temi ascoltati durante l’opera. Poi mentre Marcello e Musetta si preparano ad uscire decidendo cosa possano vendere per esaudire la richiesta di Mimì, che desidera un manicotto, un altro amico si leva il pastrano per donarlo ed intona “Vecchia Zimarra”, una marcia funebre davvero toccante.
Tutto però è inutile perché, poco dopo il loro ritorno, Mimì spira, per la disperazione di Rodolfo che invoca il nome della ragazza, ormai invano. Piano piano tutto si dissolve, anche l’orchestra che sembra spegnersi, e cade il silenzio.

Sì può dire che La Bohème sia praticamente di casa alla Scala, presente in cartellone senza soluzione di continuità dal 1897 con ben 370 recite. Tra le versioni più rappresentate c’è sicuramente quella per la regia e le scenografie di Zeffirelli e i costumi di Piero Tosi, quasi immutata dal 1963. Adoro questo tipo di messe in scena, fedeli al racconto, senza estemporaneità, ricche (qui addirittura c’è una carrozza trainata da un cavallo), con costumi meravigliosi creati con lo stile dell’epoca di ambientazione dell’opera.

ATT_1440922575583_20150822_220505Al contrario invece non mi piacciono e non capisco quelle che vogliono attualizzare ogni storia con risultati quasi ridicoli e dai risvolti spesso involontariamente comici, come quando nella versione di due anni fa della Traviata, Alfredo impasta la pasta. Eppure basta così poco, basta far parlare la musica al cuore del pubblico e tutte queste invenzioni o ‘licenze poetiche’ non hanno alcuna ragione di esistere, non aggiungono niente al linguaggio universale e senza tempo dell’opera.
Il cast di questa serata è composto da Vittorio Grigolo nel ruolo di Rodolfo, Maria Agresta in quello di Mimì oltre a Cavalletti nel ruolo di Marcello.
Per ciò che riguarda Grigolo, acclamato dal Coven Garden al Metropolitan, è la prima volta che lo ascolto dal vivo e devo dire che è proprio bravo, soprattutto nel modulare la voce senza strappi, in modo morbido ed armonioso nei passaggi tra gli acuti e i bassi che quasi sembrano sussurrati, senza però perdere neanche una parola. Mi ha molto emozionato anche Maria Agresta, premiata nel 2014 con il XXXIII “Premio della critica musicale Franco Abbiati” con questa motivazione che mi sembra sia di lei un’ottima definizione “Voce purissima di soprano lirico, dal timbro privilegiato e dai colori preziosi, dalla tecnica completa, si è inserita autorevolmente nella grande tradizione italiana, in un repertorio che comprende personaggi diversi per vocalità e temperamento…”

Cecilia e Vittorio Agresti

Maria Agresta e Vittorio Griguolo

Entrambi acclamati a gran voce e applauditi a lungo, come tutto il cast del resto e come il direttore d’orchestra, il grande Gustavo Dudamel, che ha diretto il coro e l’orchestra sinfonica Simon Bolivar de Venezuela.
Il pubblico ha richiamato più volte alla ribalta gli artisti che hanno risposto con sincero slancio; Grigolo e la Agresti si sono addirittura genuflessi al cospetto del pubblico che li applaudiva.

ATT_1440922575293_20150822_220323_Fotor_CollageMi è piaciuto molto questo gesto di semplicità e di sincero ringraziamento che a molti artisti, alle volte, manca. Il ringraziamento non è una cosa da sottovalutare a mio parere, è il momento in cui il pubblico può esprimere il proprio apprezzamento verso l’artista, il quale deve saper dimostrare le proprie emozioni anche in questi momenti post spettacolo, non deve essere fatto con sufficienza o con aria scocciata come se dicesse “si va bene grazie però facciamo velocemente che ora mi sono stufato”. Insomma un’offesa a quel pubblico che ti sta tributando gli onori.

20150822_200149

(Ove non indicato diversamente, le fotografie sono di Eleonora Bartalesi)

siti

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Un commento su ““Che gelida manina…”: La Bohème al Teatro Alla Scala

  1. wolfghost
    settembre 1, 2015

    Bellissima descrizione della serata, non solo dell’opera ma anche di ciò che ruota attorno ad essa, con la storia, i commenti sui (terribili) tentativi di attualizzazione (certi temi restano attuali di per sé, indipendentemente dall’epoca nelle quali accadono… che bisogno c’è di traslarli nell’epoca moderna?) e quello sul ringraziamento degli artisti. Che ci vuoi fare? I Mourinho esistono in tutti i settori 😉 Se non sapete chi è Mourinho… non preoccupatevi e non cercatelo, va bene così! 😛
    Grazie a Eleonora per lo splendido articolo!

    http://www.wolfghost.com

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