Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Siamo tutti figli di Excelsior” – Commenti d’autore dalla Scala

Ballo Excelsior è un balletto mimico di Luigi Manzotti sulla musica di Romualdo Marenco, la cui prima avvenne al Teatro alla Scala l’11 gennaio 1881.
Realizzato secondo la formula del “ballo grande italiano” e denominato “azione coreografica, storica, allegorica in 6 parti e 11 quadri”, lo spettacolo è basato sull’idea, dominante nella società di fine Ottocento, del trionfo della scienza.
In scena il dispiego di mezzi è imponente: composto da undici quadri, ricco di effetti speciali, si avvale di un corpo di ballo costituito da quattrocentocinquanta elementi. Il Corriere della Sera scrive: “È il paradiso, il trionfo dell’umanità incivilita, una festa del pensiero, ricco e splendido. Lo spettacolo è molto patriottico, tanto che pure la sala è piena di lampadine e bandiere tricolori; si vuole esaltare l’avvento di un mondo in cui regnano modernità e pace.” L’incasso è straordinario per l’epoca: 6000 lire, e lo spettacolo resta in cartellone per 103 serate consecutive.
Dopo Milano lo spettacolo delizierà le platee di tutto il mondo.
Come nel 2000 Excelsior fu allestito alla Scala per festeggiare l’arrivo del nuovo millennio, protagonisti Isabel Seabra, Roberto Bolle e Massimo Murru, e presentato poco dopo in tournée all’Opéra Garnier di Parigi, così quest’anno la Scala lo ripresenta come balletto inaugurale della “stagione” dell’Expo.
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Con grande piacere riporto tra queste pagine l’opinione di Marino Palleschi, già professore all’Università degli Studi di Milano ed appassionato esperto di danza, che ha assistito alla recita scaligera di Excelsior lo scorso giovedì 16 luglio.
Gli cedo subito la parola, con un sentito “grazie” per avermi concesso il privilegio di riportare quanto egli ha scritto.
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“Siamo tutti figli di Excelsior”, afferma Vittoria Ottolenghi e aggiunge che il pubblico si divide in due categorie umane: quella che gode vedendolo e quella che lo ritiene robaccia. Io appartengo alla prima. Tuttavia Excelsior è un godibile gioiello solo se lo si guarda in parte attraverso gli occhi stupiti di un bambino e in parte attraverso quelli compiaciuti dell’adulto. Ma ciò può accadere solo se chi è in scena lo interpreta con giocosa complicità come il divertente reperto di un fenomeno artistico, sociale, estetico e culturale che ha investito l’Italia di fine ‘800. Questa condizione è mancata nelle passate riprese agli Arcimboldi, ma è ben presente nello spirito dell’attuale ripresa, anche grazie a una profonda revisione delle luci, che ha ricollocato in gustosa prospettiva le ballerine abat-jour e i trenini-giocattolo.
Non so se i maître preposti all’attuale ripresa scaligera hanno sottolineato che Excelsior è la sintesi di un mondo scomparso di cui siamo figli. Ad ogni modo, forse solo per miracoloso intuito, l’attuale corpo di ballo ha saputo interpretare il balletto come la metafora del clima positivista della neonata Italia, del talento immenso che ha espresso, del gusto pompier, della trionfalistica fede nel progresso tecnologico, dell’euforia per il futuro, tragicamente destinata ad annegare nel bagno di sangue del massacro di Adua e in quello provocato dai cannoni di Bava Beccaris. Saranno questi a stroncare le dimostrazioni causate dal malcontento per la disoccupazione dilagante, per i bassi salari, per il rincaro del pane e per l’irrigidimento delle istituzioni su posizioni conservatrici: mali e disagi alimentati proprio dall’esaltato sviluppo industriale italiano.
Non è soltanto l’Italia, ma l’intera Europa che si affaccia al ‘900 a infervorarsi per le conquiste dei fratelli Lumière, per gli esperimenti di Marconi, per le vittorie dei fratelli Wright. Il Ballo Excelsior incarna il mito sovrano dell’epoca: il mito del progresso. E’ un momento breve di felice illusione di benessere, ma dietro l’angolo stanno i dolori dell’emigrazione e le inquietudini delle rivendicazioni sociali. E’ un momento di fiducia e speranza riposta in una straordinaria e generale inventiva destinata a dar frutti dolcissimi e frutti avvelenati dalla spietata industrializzazione, dall’inquinamento, dalla globalizzazione. Excelsior è il sogno breve che identifica progresso e civiltà con solidarietà fra i popoli. Al risveglio, ecco le tragedie della Prima Guerra mondiale.
In passate riprese abbiamo visto in scena ballerini che mostravano tutta la loro insofferenza ad interpretare quella che sembravano considerare robaccia. Oggi, no. Con grande professionalità, coniugando una giocosa allegria con una ammirevole precisione esecutiva (e non mi si continui a dire che la coreografia di Excelsior non ha difficoltà tecniche, perché è falsissimo), i ragazzi dell’attuale corpo di ballo hanno saputo mostrare, forse non del tutto consciamente, ma con grande efficacia, che Excelsior è un reperto prezioso anche di un momento di teatro e di un tipo di spettacolo che, per la disposizione e i movimenti delle masse, confluirà nella rivista italiana, nell’avanspettacolo, nelle Zigfield follies, nei Kolossal Hollywoodiani.

Virna Toppi, La Luce

Purtroppo, con le passate riprese, la versione dell’Ara si è persa dettagli e passaggi coreografici, come l’incredibile infinito aplomb che apre l’adagio del passo a due Civiltà-Schiavo, il manège, poi sostituito da un accrocchio di jeté, sforbiciate, entrelacé, si è persa i rimandi storico culturali a Suez, all’Egitto e a Torino presenti nel siparietto originale, ridipinto a mo’ di figurina Liebig “de’ noantri”, si è persa il gusto ingenuo dei cappelli-giocattolo di latta del secondo quadro, si è persa l’entrata dalla Civiltà su una macchina teatrale in volo. Utopia è sperare che i ragazzi sappiano (se non lo dice loro qualche coach) che Excelsior va letto ricordando l’amore-odio-ammirazione-rivalità che a lungo legò la coppia Manzotti-Marenco a Tchaikovskhy-Petipa, che la variazione di una certa Fata della Bella Addormentata è la risposta di Petipa alla variazione della Folgore, ecc.
Tuttavia nonostante il fatto che quanto perso pare perso per sempre, l’attuale, godibile, ripresa ha ritrovato, se non i dettagli, almeno lo spirito delle prime tre proposte, quando in scena abbiamo visto Tcherina, dell’Ara e le sue piroette “sulla testa”, Fracci, Morini, Razzi, Bortoluzzi e un corpo di ballo coi fiocchi e contro fiocchi […]
Dirò di chi mi è molto piaciuto in Excelsior. Ricordo che sono solo uno spettatore e commento di pancia da semplice “visionario”.

Nicoletta Manni, La Civiltà

Manni è una ballerina di primissima categoria: souplesse, apparente assenza di sforzo, naturalezza del sorriso anche nei passaggi più impervi; pantomima contenuta con gusto in presenza di Cinese e ombrellini vari senza scadere in espressioni di grottesco stupore. Grazie per le gargouillade al I atto (già riprese da Conti dopo la loro perdita). Forse gioverebbe una visione del vecchio dvd mirata a cogliere dove e come Fracci prendeva e sottolineava gli accenti, anche spezzando i polsi. Idem per i piqué del I atto e in tutto il P2. Analogo invito estendo alla Luce: nella diagonale del I atto Razzi era un treno ad alta velocità; Morini era un aereo supersonico; l’effetto mozzava il fiato.

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Virna Toppi e Massimo Garon, l’Oscurantismo

Magnifico l’Oscurantismo di Garon e superba la Folgore di Albano.
Tra gli interpreti dello Schiavo dal ’67 a oggi, Andrijashenko è il solo a poter contare su una tecnica almeno non troppo distante da quella di Bortoluzzi e di Carreno ed è il solo a poter sfoggiare un fisicazzo proporzionato come quello di Carreno. Tuttavia, mi è parso che Timofej debba lavorare su fiato e resistenza. Ingrati sono i giri alla seconda in chiusura: generalmente l’uomo ne fa 16, ma lì ci sono 32 battute da riempire e molti ricorrono all’artificio di alternarli a doppie pirouette. Chiaramente c’è il rischio che sbarelli anche chi nella variazione iniziale ha dimostrato, come Timofej, di saper girare dritto come un fuso. Visto che la coreografia di dell’Ara ha già subito manipolazioni, forse qualcuno avrebbe potuto suggerire ad Andrijashenko di sparare 32 giri alla seconda semplici senza inserire le doppie pirouette. Ma, parlo per parlare.
I ballerini crescono e acquistano sicurezza solo se vanno in scena. Temo che sia poco utile e rischioso cambiare Schiavo od Oscurantismo ogni sera: se la prestazione non è del tutto esente da sbavature, si rischia che, quando riavrà la parte dopo anni e anni, quel ballerino vada in scena più timoroso e insicuro della prima volta. Ma questa è una mia idea e forse sottovaluto le palle altrui.

foto

Nicoletta Manni (la Civiltà), Timofej Andrijashenko (lo Schiavo), Virna Toppi (la Luce), Massimo Garon (l’Oscurantismo), Marta Romagna (Mora Indiana)

 

Il cast
Giovedì 16 luglio
La Luce: Virna Toppi
L’Oscurantismo: Massimo Garon
La Civiltà: Nicoletta Manni
La Fama: Paola Giovenzana
Il Valore: Chiara Fiandra
L’Invenzione: Vittoria Valerio
La Concordia: Giulia Schembri
La Costanza: Antonella Albano
Giorgio, birraio: Gianluca Schiavoni
Kunegonda, sua moglie: Adeline Souletie
Fanny, fidanzata di Valentino: Serena Sarnataro
Valentino, battelliere: Federico Fresi
Laura: Paola Giovenzana
Dioniso Papin: Riccardo Massimi
Alessandro Volta: Alessandro Grillo
La Folgore: Antonella Albano
La Civiltà Cosmopolita: Nicoletta Manni
Un Cinese: Andrea Lochman
Un Turco: Angelo Greco
Uno Spagnolo: Mick Zeni
Un Inglese: Marco Agostini
Mora Indiana: Marta Romagna
Suonatore di tamburo indiano: Matthew Endicott
Lo Schiavo: Timofej Andrijashenko
Ingegnere italiano (da Bardonecchia): Matthew Endicott
Ingegnere francese (da Modane): Riccardo Massimi

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