Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Voglio che il quadro sia il pensiero fuso nel colore”: Giovanni Segantini a Milano

Palazzo Reale di Milano ospita, ancora una volta, alcune mostre molto belle sia per l’importanza e la peculiarità degli artisti presentati, che per l’allestimento estremamente lineare, chiaro e suggestivo al contempo nel suo percorso.
La prima mostra che ho scelto di visitare è stata quella dedicata a Giovanni Segantini (1858-1899), uno dei più grandi pittori europei di fine Ottocento, da me poco conosciuto e soprattutto per le sue tele legate al tema della natura.
Questa di Milano è una grande retrospettiva che raccoglie oltre 120 opere provenienti da importanti musei e collezioni europee e statunitensi e che riscopre il percorso dell’artista dagli esordi milanesi, che svelano il profondo legame con la città, ai pellegrinaggi dai colli della Brianza alle montagne dell’Engadina, indiscusse protagoniste dell’opera pittorica di Segantini.
Il percorso si apre con una sala dove l’esposizione di quasi tutti gli autoritratti conosciuti, da quello romantico di Segantini ventenne al capolavoro del 1895, rende chiara l’evoluzione del pittore in quest’ambito: dalla verosimiglianza, al simbolismo alla trascendenza, sino alla raffigurazione di se stesso con sembianze bizantineggianti da Cristo Pantocratore, dominante sulla catena dei monti. E’ l’immagine che si fa icona; l’immagine dell’artista inteso come detentore di una realtà superiore, invisibile ai comuni mortali.

Autoritratto all’età di vent’anni, 1879-80

Autoritratto, 1895

Dopo questo primo approccio alla pittura segantiniana, si entra nella prima parte della sua carriera artistica, quando Giovanni, dopo le note peripezie familiari (la morte precoce della madre, l’affido tormentato alla sorellastra Irene a Milano, la morte del padre, l’arresto per vagabondaggio, l’aiuto del fratellastro Napoleone che a Borgo Valsugana lo avvia al mestiere di fotografo, il ritorno a Milano nel 1874 per studiare all’Accademia di Brera), espone alla mostra dell’Accademia Il coro di Sant’Antonio (1879), che attira l’attenzione della critica e gli procura i primi collezionisti nella borghesia milanese più colta, che sarà il suo ambiente anche dopo il trasferimento in Svizzera.

Il coro di Sant’Antonio, 1879

Di quest’opera colpisce soprattutto la volontà di reinterpretare la tradizione pittorica degli interni di chiesa, con un taglio d’angolo per facilitare la restituzione prospettico-architettonica, mentre la luce è di matrice fotografica e costruisce le persone grazie al contrasto chiaroscurale.
Dello stesso periodo sono altri dipinti “milanesi” molto belli, come Il Naviglio sotto la neve (1879-80), Giovane donna in Via San Marco (1879-80), Il Naviglio a ponte San Marco (1880), gli unici paesaggi che egli ha dedicato alla città e che incantano per l’uso sensuale del colore e, in quest’ultimo in particolare, per la resa dell’acqua, indicativo della personalità a se stante nell’ambito della Scapigliatura.

Il Naviglio a ponte San Marco, 1880

Nella sezione Il ritratto-Dallo specchio al simbolo, con un salto temporale di alcuni anni, è esposto il Ritratto della Signora Torelli (1885-86), mai presentato in Italia, che chiude il percorso realista degli esordi: qui Segantini mantiene l’approccio colorista e la messa a fuoco fotografica realista, ma, volgendo lo sguardo della donna altrove, accentua la ricerca di introspezione psicologica.

Ritratto della Signora Torelli, 1885-86

Colpiscono anche opere come Costume grigionese, dove la tata dei figli è ritratta in simbiosi con la natura, anticipando così la cultura simbolista, e il Ritratto di Carlo Rotta (1897), fra i capolavori della ritrattistica europea, dove viene evidenziato il contrasto fra il paesaggio esterno e l’atmosfera interna alla stanza.

Costume grigionese, 1887

Un Segantini poco noto è quello delle nature morte, un tema estraneo alla Scapigliatura, per il quale il Nostro trova un maestro in Filippo Carcano e va incontro ai nuovi gusti della laica borghesia imprenditoriale. Nella terza parte dell’esposizione infatti, Il vero ripensato, troviamo alcune nature morte, tra cui la Cesta di frutta (1881).
Nell’ottobre 1881, sotto l’egida di Vittore Grubicy, giovane mercante dal sicuro intuito e già ben collegato con Londra e Amsterdam, Segantini lascia Milano per la Brianza (Pusiano, Carella, Caglio), dove, a contatto con la natura, trova la propria fonte iconografica in quei paesaggi miti, spesso velati di nebbia e animati da una semplice e rituale quotidianità contadina.
Nel 1886, dopo una breve sosta a Milano, va a Savognino nei Grigioni, dove Grubicy lo convince a sperimentare una nuova tecnica: il divisionismo, che segna il passaggio da una maniera tonale fluida a una d’impasto materico e colorista, sino alla scomposizione in filamenti del tessuto pittorico.
Natura e vita dei campi-Gli uomini, gli animali, illustra con note e bellissime tele questa parte di vita artistica di Segantini, dove sempre più dominante e intimo è il rapporto fra uomo, animale e paesaggio.

Ritorno all’ovile, 1888

Accanto ai dipinti sono esposti anche splendidi disegni, seguendo la prassi di Segantini, che nelle sue esposizioni amava affiancare ai dipinti alcuni disegni di opere non esposte (Il disegno dal dipinto)

Alla stanga (disegno), 1886-88

Nella sala dedicata al Grande paesaggio, spicca La raccolta delle zucche (1883-84), in cui l’artista coglie in modo mirabile l’attimo fuggente di una quotidianità contadina sconvolta dal passaggio del treno. E poi La raccolta delle patate (1885-86), incompiuto e pur memore di Millet, che vive del contrasto tra i campi in una materia a smalto, il cielo temporalesco e le sperimentali pennellate filamentose delle figure. Infine il notissimo Alla stanga (1886-88), realizzato en plein air dopo sei mesi di isolamento a Laglio, e impostato come un set cinematografico, con animali e persone in posa.

La raccolta delle zucche, 1883-84

Alla stanga, 1886-88

La raccolta delle patate, 1885-86

In Natura e Simbolismo è chiaro che quello di Segantini si rivela essere sempre più un cammino verso un panteismo laico, che trae ispirazione e compimento nell’universo alpino.
E’ del 1886 l’ipnotica Ave Maria a trasbordo, considerata la prima opera divisionista italiana, la cui grande protagonista è, ancora una volta, la luce.

Ave Maria a trasbordo, 1886

Splendido anche Mezzogiorno sulle Alpi (1891), risplendente della luce blu del cielo che sembra assorbire in sé anche l’abito della donna ritratta.

Mezzogiorno sulle Alpi, 1891

 “Sento nel cuore la mia calma abituale e nel cervello come uno sbalordimento che è effetto del vento. Intorno tutto è triste, il cielo grigio sporco e basso, soffice un vento di levante che geme come lontana bestia che muore, la neve si stende pesante e malinconica come lenzuolo che copre la morte, i corvi stanno tutti vicino alle case, tutto è fango, la neve sgela

Diverse le opere raffiguranti suggestivi paesaggi invernali, come Ritorno dal bosco (1890) che rappresenta la stagione invernale a Savognino, il borgo nei Grigioni, a 1213 metri d’altezza, in una larga valle soleggiata sul crinale ovest dello Julierpass, ove Segantini, di nuovo insofferente della città e alla ricerca di un luogo da trasformare in pittura, si trasferisce nel 1886.

Ritorno dal bosco, 1890

A Savognino egli rimane otto anni. È il soggiorno più lungo nello stesso posto e il più decisivo, in cui l’artista sviluppa in modo sempre più completo il passaggio dalla pittura tonale alla nuova tecnica divisionista e rielabora le imperanti tesi simboliste nel personale naturalismo di ispirazione panteista. Un’opera splendida di questo periodo è La raffigurazione della primavera (1897), un vero tripudio di natura rigogliosa, ma eterna e inesorabile nella sua indifferenza alla vita umana.

La raffigurazione della primavera, 1897

In Italia è una svolta decisiva, sia tecnica che tematica, la Triennale di Brera del 1891, che segna il rivoluzionario debutto pubblico del divisionismo e, per Segantini, l’affermazione con Le due madri (1889), un capolavoro di dolcezza umana e di gioco luministico, con la luce ambrata della lanterna che rende l’atmosfera del tutto irreale. Siamo giunti alla Maturità, che rivela il punto-cardine del simbolismo di Segantini: la madre-natura, vista come eterno ciclo di rinascita.

Le due madri, 1889

Nel frattempo la vita dell’artista continua a non funzionare: a causa di guai finanziari, a fine maggio 1894 le autorità svizzere lo obbligano a lasciare Savognino.
Trasferitosi a Maloja, il 18 settembre 1899 Segantini sale in una baita sul ghiacciaio dello Schafberg, con il figlio Mario e Baba, per lavorare alla parte centrale del Trittico, tre dipinti monumentali rappresentanti La vita, La natura, La morte, una sorta di visione d’insieme del paesaggio engadinese e una delle ultime opere simboliste dell’Ottocento.

Trittico, La vita

Trittico, La natura

Trittico, La morte

Alcuni giorni dopo è colpito da un violento attacco di peritonite. I soccorsi arrivano troppo tardi.
Il 28 settembre muore, assistito dall’adorata Bice, dal figlio Mario e dall’amico dottore Oskar Bernhard. Il 29 la salma è portata a valle, nella chiesetta di Maloja, dove Berry lo imbalsama e il pittore Giovanni Giacometti esegue l’acquerello che lo ritrae sul letto di morte.
La fulminante parabola finisce a quarantun anni, all’apice della gloria, lasciando attonito il mondo.
E anche la mostra termina a questo punto, con le sue Allegorie e opere visionarie, in cui si può scorgere la sua multiforme e poliedrica personalità che si fa riflesso del linguaggio preraffaellita.

L’amore alla fonte della vita, 1896

L’angelo della vita, 1894-95

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