Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Quel nuovo che non delude, anzi, affascina”: Giuseppe Picone e il Lago dei cigni di Patrice Bart

Torna a deliziarci con i suoi “ricordi di danza” eleganti, ponderati e sapienti la carissima Marina, che lo scorso 11 luglio ha assistito alla rappresentazione di una nuova versione del coreografo Patrice Bart de Il lago dei cigni, ospite l’étoile Giuseppe Picone, che ha affiancato Alessandra Amato. Come cornice, ancora una volta, le scenografiche e maestose Terme di Caracalla.
Grazie ancora e sempre, cara Mary: questa volta il “nuovo” riuscirà davvero ad affascinare anche solo con le parole.

*** *** ***

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“Entrando anche quest’anno all’interno del parco del complesso archeologico delle Terme di Caracalla e percorrendo il bellissimo viale che traccia il piacevole percorso dal cancello d’ingresso sino alle impalcature in legno su cui sono allestite le poltroncine dei numerosissimi posti a sedere di questo incantevole teatro all’aperto, tanti pensieri affollavano la mia mente.
Avevo tanto desiderato varcare ancora una volta quella soglia, dopo un anno di faticosi impegni e tanti giorni di ordinaria routine, che avevo quasi agognato quella breve passeggiata che mi avrebbe di lì a poco ricondotto nel mio mondo magico prediletto: quello del balletto.
Pensavo a quante volte, ogni estate, avevo fatto quello stesso percorso: da bambina, per mano dei miei genitori, che assecondavano la mia passione per la danza, non solo permettendomi di studiarla, ma anche acquistando sempre i biglietti per magnifici spettacoli a cui assistevamo insieme, a volte anche con i nonni; da ragazza, in compagnia di care amiche e compagne della scuola di danza che condividevano con me la gioia di poter essere presenti alle belle interpretazioni di grandi e famosi artisti; da “adulta”, se così ci si può definire alla età raggiunta, sempre in compagnia di cari affetti o di amatissime amiche, di vecchia o nuova data, spesso conosciute proprio grazie a questa comune e forte passione.
E mentre camminavo, colloquiando amabilmente proprio con una di queste nuove amicizie, pensavo a quante volte, in quella magnifica cornice, avevo assistito proprio ad una rappresentazione del balletto Il Lago dei Cigni: provavo a tentare un calcolo, ma sarebbe stato davvero impossibile ricordarle quasi tutte, perché ogni volta che il Teatro dell’Opera di Roma o qualche compagnia straniera lo aveva messo in cartellone o lo aveva riproposto io non ero mai mancata!
E così mi riveniva in mente soprattutto un allestimento di una compagnia di balletto di Tokio che aveva visto protagonista il grande Rudolf Nureyev che ho avuto l’onore e la fortuna di veder esibirsi proprio lì, nel lontano 1986, conservando un prezioso ricordo di una delle sue ultime interpretazioni (così come quello delle altre due volte in cui avevo potuto veder danzare dal vivo questo mito della danza); oppure, ricordavo tutte le bravissime Etoiles del Teatro dell’Opera di Roma – da Raffaele Paganini a Mario Marozzi a Diana Ferrara, Margherita Parrilla, Laura Comi – o i tantissimi ospiti internazionali che tante e tante volte avevo applaudito su quel palcoscenico!
Stavolta poi avrei rivisto danzare una grande stella della danza italiana, Giuseppe Picone, alla quale posso confessare di essere sinceramente affezionata e del quale ho sempre ammirato la precisione tecnica, l’eleganza, la raffinatezza dei movimenti e l’intensità delle interpretazioni. Doti e caratteristiche che nel ruolo del Principe Siegfried possono essere da questo danzatore esaltate al massimo, come avevo potuto constatare proprio nel recente spettacolo a Roma di questo inverno Gran Gala Il Cigno nero all’Auditorium di Via della conciliazione, di cui lo stesso Picone era stato uno dei principali protagonisti.
(https://ilpadiglionedoro.wordpress.com/2014/04/10/gran-gala-il-cigno-nero-la-stella-di-giuseppe-picone-risplende-su-roma/)

Giuseppe Picone nei panni di Siegfried

Attorniata quindi da tanta bellezza ed immersa in cari ricordi ed emozionanti aspettative, una sola piccola preoccupazione, però, ogni tanto, si affacciava nelle mia mente, quasi disturbandola: sapevo bene, infatti, che quella rappresentazione del Lago, a cui avrei di lì a poco assistito, non era quella tradizionale, nella classica coreografia-capolavoro di Marius Petipa e Lev Ivanov, ma una nuova versione, in parte aderente all’impostazione tradizionale, di cui riprendeva molte parti, passi e pezzi coreografici, in parte diversa, con nuovi spunti e caratterizzazioni dei personaggi, diverse scenografie, ambientazioni e costumi, il tutto per opera della rivisitazione voluta dal danzatore e coreografo francese Patrice Bart.
Ed era proprio tutto questo “nuovo” che mi creava, a dire il vero, un pochino di apprensione (e qui la mia carissima amica Manuela – leggendo – sicuramente sorriderà, conoscendomi bene e sapendo come io sia, in generale, piuttosto prevenuta nei confronti delle rivisitazioni dei capolavori classici, che non amo mai molto veder modificati – se non addirittura, a volte, anche stravolti – nelle loro perfette fondamenta originarie!)
Ero però, al tempo stesso, fiduciosa che stavolta questa versione non mi avrebbe delusa!
Già all’intonare da parte dell’orchestra delle prime note del famoso tema con cui si apre la partitura del Lago dei Cigni, capolavoro di musica, oltre che di danza, del grande compositore russo P. I. Tchaikovsy, si dissipava in me ogni pensiero negativo e, come è mio solito fare, mi astraevo totalmente dal mondo esterno per entrare anch’io in quella trama, in quella musica, in quel mondo di personaggi umani e creature-cigno, riflettenti, nella loro immortale storia, l’eterno contrasto tra bene e male, tra purezza ed inganno, tra amore e tradimento.
Vi è da premettere che, in questa versione del Lago, gli originali quattro atti in cui è suddivisa la coreografia tradizionale sono accorpati in soli due, a loro volta distinti in due scene principali, caratterizzate dall’ambientazione delle festa per il principe e dall’atto bianco in cui compaiono e danzano i meravigliosi cigni (le donne-cigno vittime dell’incantesimo del malvagio Rothbart).
L’ambientazione della prima scena del primo atto è quindi la terrazza del palazzo reale in cui si celebra il 21° compleanno di Siegfried: pur molto semplice nella sua essenzialità, desta comunque un bel effetto all’occhio dello spettatore che rimane subito incantato, grazie al gioco delle luci, dalla maestosità delle rovine monumentali delle Terme di Caracalla che fanno da sfondo al palcoscenico, fornendo già da sole una splendida scenografia naturale.
I personaggi si rivelano subito entrando in scena: sono quelli tradizionali, però hanno delle caratterizzazioni psicologiche molto diverse, più introspettivamente marcate e moderne rispetto a quelli originari.
Il principe Siegfried si presenta sin da subito molto pensoso, assorto, a tratti adombrato, con l’animo assorbito dal forte desiderio di indipendenza e di libertà da condizionamenti ed influenze esterne; la Regina madre è, invece, determinata, con un piglio deciso ed un carattere forte, dominata da un sentimento di quasi possesso nei confronti del figlio; Rothbarth, qui, non è più il mago metà uomo e metà uccello che incarna da solo il male nelle versione tradizionali, ma assume delle reali sembianze umane, nel ruolo, molto più pragmatico, del primo ministro e complice della regina-madre, con la quale infatti sarà in combutta per ingannare Siegfried e manovrare la sua volontà, condizionandone i sentimenti; l’amico Benno, è un amico speciale, che è sempre stato molto vicino e fedele a Siegfried, ma nutre per lui un sentimento che va al di là di una pura e semplice e pur profonda amicizia.
In questa prima scena mi hanno colpito molto la capacità degli interpreti di trasfondere bene nei loro personaggi queste loro nuove sfumature psicologiche, in particolare Giuseppe Picone è stato molto bravo, sin dall’inizio, ad avvolgere la figura di Siegfried da questo ulteriore spessore intimistico, incarnando molto bene l’animo di un giovane pensieroso, immerso nei suoi dubbi esistenziali ma, al tempo stesso, animato dalla voglia, tutta giovanile, di ribellarsi, aprirsi entusiasticamente alla vita, liberandosi dal guscio troppo angusto della protezione materna: un Siegfried assorto ma attento, sensibile ma insofferente, fraterno con gli amici ma anche schivo e indipendente, malinconico ma a tratti anche allegro e desideroso di nuove emozioni.
Bravi anche gli interpreti degli altri tre personaggi-chiave della prima scena: Cristina Saso, altera Regina madre, Giuseppe Schiavone nel ruolo di Rothbart, e, soprattutto, Alessio Rezza, in quello di Benno. Questo ruolo di co-protagonista della prima scena del primo atto che la versione di Bart attribuisce a Benno non stona affatto, anzi rende la coreografia molto più movimentata e ricca di nuovi atletici passi e belle variazioni che conferiscono alla stessa carattere e fluidità, sostituendosi alle originarie parti pantomimiche con molta verve, essendo molto ben interpretate all’unisono dal solo corpo di ballo maschile con grande entusiasmo, energia e slancio.
Una menzione speciale va fatta proprio a tutto il corpo di ballo, molto elegante e preciso nel celebre valzer del primo atto e, ancor di più, in particolare, a quello maschile, i cui danzatori capitanati da Alessio Rezza nel ruolo di Benno, hanno dato prova di grande preparazione e precisione tecnica.
Piccolo neo nelle innovazioni di Bart in questa prima parte è stata la sostituzione del tradizionale regalo della balestra fatto al Principe per il compimento della sua maggiore età, con quello di un più moderno e meno scenografico fucile, che, secondo me, ha tolto molta poeticità alla rappresentazione di quel momento, al suo significato, introducendo un elemento di distonia con tutto il circostante contesto scenografico e coreografico (arma che purtroppo riapparirà in palcoscenico anche all’inizio della seconda scena e che il principe sarà costretto a puntare, con molta poca convinzione, nei confronti della donna-cigno Odette, allorquando da lontano ne avvisterà la presenza).
Molto bello, naturalmente, il successivo atto bianco, di cui sono rappresentate e riprese tutte le scene più importanti di quello tradizionale, dal classico passo a due in cui Alessandra Amato è stata molto brava, incarnando bene l’immagine della eterea creatura-cigno nei movimenti precisi delle braccia e delle gambe, al piccolo gioiello di precisione e coordinamento della danza dei quattro piccoli cigni, alle altre variazioni dei cigni sino alle coreografie d’insieme molto belle da vedersi e ben armoniosamente eseguite all’unisono dal corpo di ballo.

(ph. Luca Di Bartolo)

Dopo un breve intervallo, ecco iniziare il secondo atto: l’innovazione di Bart stavolta è più netta e serve a svelare al pubblico il vero e nuovo carattere dei personaggi voluto dal coreografo.
In un piccolo prologo, Benno, geloso per aver assistito al giuramento d’amore tra il suo amato Principe e Odette, decide di rivelare tutto alla Regina madre, la quale, a sua volta, gelosa del figlio, organizza un piano col fidato primo ministro Rothbart: sua figlia Odile sarà invitata alla festa da ballo per il fidanzamento del Principe al fine di farlo innamorare di lei. Si apre poi la successiva scena: nel salone delle feste la Regina madre è ancora sola e, nel contemplare un quadro del figlio, danza un breve assolo, mettendo in evidenza la sua forte personalità.
Subito dopo entrano finalmente in scena tutti gli invitati: le principesse provenienti dai paesi vicini che danzeranno per il Principe nella speranza che una di loro possa essere da lui scelta come fidanzata e futura sposa; il primo Ministro, con il quale la Regina madre apre le danze al fine di suscitare la gelosia del figlio; Benno il quale tenterà di avvicinarsi a Siegfried con un bacio, ma ne verrà respinto.
Siegfried, in tutto questo quadro, continua però a mostrare un’aria indifferente e distratta, nessuna delle giovani principesse lo attrae, le danze di carattere quasi lo annoiano: anche qui Giuseppe Picone mantiene fede alla caratterizzazione psicologica del personaggio, mostrandosi ora non più preoccupato bensì distaccato, imperturbabile, quasi assente ed impermeabile al contesto che lo circonda. Egli è altrove con la mente e il cuore. Solo l’improvviso arrivo di Odile lo ridesterà dal suo generale disinteresse.
E da questo momento anche il balletto riprende gran parte del suo corso originario, con il famoso passo a due del cigno nero, l’invaghimento da parte di Siegfried di Odile nella quale crede di riconoscere Odette, le trame della Regina madre e von Rothbart che insieme lo spingono a giurare amore eterno ad Odile, l’apparizione di Odette, la scoperta dell’inganno, la disperazione di Siegfried e la sua fuga di nuovo verso il lago.
Il terzo atto della versione classica del Lago dei cigni è stato sempre uno dei miei momenti preferiti nella visione del balletto. E’ un capolavoro nel capolavoro, con le tante diverse danze che la coreografia contempla che consentono ai ballerini solisti della compagnia e al corpo di ballo di mettersi in evidenza. Ci sono, infatti, le danze di carattere, il valzer delle principesse, le variazioni del mago Rothbart o del giullare, e, infine, quel bellissimo passo a due del cigno nero che è sempre riproposto nei Gala per sua bellezza e per i virtuosismi che richiede agli interpreti.
In questo quadro originario così perfetto, le modifiche apportate da Bart, rendono forse in modo meno forte quel crescendo di emozioni, attesa e pathos – sottolineato dalla musica e dalle tante diverse coreografie che si succedono, che prelude al coup de théatre dell’improvviso arrivo in scena del cigno nero sino al momento drammatico dell’amara scoperta dell’inganno da parte di Siegfried, sottolineato nella coreografia da una sfrontata risata di Odile dinanzi ai suoi occhi increduli, mentre fugge via avvolta dalle ali-mantello di Rothbart.

Quel che, invece, mi è piaciuto della versione di Bart è stato il porre proprio l’accento sulla trama dell’inganno ordita dai personaggi che ruotano intorno a Siegfried, i quali, accecati ciascuno dal proprio egoistico amore, tentano di manipolare la volontà del Principe, mostrando il carattere subdolo dei loro comportamenti che li porterà a tradire proprio quegli stessi sentimenti che provano per Siegfried. Con questa sfumatura, la storia voluta da Bart è molto più moderna, aderente a tempi come i nostri in cui molto spesso si tenta di condizionare, nei più svariati modi, la volontà altrui, a volte con gratuita cattiveria, soltanto al fine di giocare con i sentimenti delle persone o per conseguire esclusivamente qualche proprio interessato scopo personale.
Anche qui Giuseppe Picone ed Alessandra Amato sono stati molto bravi, l’uno nell’interpretare prima l’illusione dell’innamoramento e poi la disperazione e il disinganno per la scoperta dell’errore in cui irreparabilmente si era fatto indurre il Principe, l’altra nell’incarnare gli aspetti negativi della figura di Odile della falsa seduzione e del cinico tradimento dei sentimenti altrui (anche se, personalmente, l’ho preferita nel ruolo di Odette, in quanto avrebbe potuto sottolineare di più, a mio modesto avviso, nell’ottica della coreografia di Bart, il lato oscuro proprio di questa Odile, con una più accentuata e decisa carica espressiva dei gesti e movimenti).
Precisa e pregevole comunque è stata l’esecuzione del noto pas de deux del cigno nero, con le due variazioni dei protagonisti e la virtuosistica e famosa coda finale che ha riscosso, come sempre, i calorosi applausi del pubblico.
Infine, l’ultima scena, di nuovo quella del lago, introdotta dall’effetto visivo molto suggestivo della nebbia ricreata in palcoscenico che, avvolgendolo tutto, ha creato un’atmosfera iniziale d’incanto che purtroppo, però, non ha potuto mutare l’epilogo tragico della storia.
Anche in questa ultima parte le innovazioni di Bart sono notevoli: quello che è l’ultimo e quarto atto della versione tradizionale viene qui molto ridotto nel suo svolgimento e anche modificato nella trama.
Siegfried cerca invano di farsi perdonare da Odette, ma la principessa vittima del sortilegio ormai non potrà più liberarsi dall’incantesimo assieme alle altre creature–cigno sue compagne; all’arrivo di Rothbart, in preda alla disperazione e alla consapevolezza dell’inganno, il principe lotta con lui e lo uccide ma, affranto dal dolore per l’amore perduto e per il gesto compiuto, e angosciato per aver scoperto il tradimento delle persone a lui più care, cerca anch’egli la morte nel lago; infine, sopraggiunge la Regina madre la quale si dispera abbracciando il corpo del figlio morto, disteso a terra come quello di Rothbart, comprendendo di essere rimasta davvero sola e di essere stata l’artefice di tanto male e dolore.

(ph. Marina Sarchiola)

L’interpretazione drammatica dei personaggi in questa parte finale è stata sicuramente notevole, però non posso non confessare come questo epilogo del balletto non mi abbia convinto del tutto, sia per la rapidità con cui si svolge (mentre secondo me avrebbe richiesto qualche ulteriore passaggio interpretativo), sia perché mi è parso ravvisarvi una commistione con coreografie di altri famosi balletti tragici: la scena della Regina madre che si dispera sul corpo del figlio sembra riproporre quella del finale del primo atto di Giselle in cui la mamma abbraccia distrutta dal dolore il corpo esanime della figlia disteso a terra; così come le morti del principe e di Rothbart rimandano inevitabilmente al finale di Romeo e Giulietta, alla drammaticità delle successive uccisioni e morti di Paride e dei protagonisti. Per cui questo epilogo, volutamente calcato dal coreografo nella sua tragicità, finisce per perdere parte della sua originalità, lasciando allo spettatore una sensazione di eccessiva drasticità che si contrappone alle note finali della magnifica partitura di Tchaikovsky, in cui dopo il crescendo ed incalzare turbinoso dell’orchestra, il tema si dissolve nel suono lieve dei corni, preludio di una ritrovata calma, pace e serenità, che prevale anche in quelle versioni del balletto in cui non vi è comunque il lieto fine.

(ph. Marina Sarchiola)

Forti e fragorosi applausi naturalmente hanno accompagnato i ringraziamenti finali di tutti gli interpreti e soprattutto del protagonista maschile Giuseppe Picone, molto amato dal pubblico romano che è accorso a Caracalla per poter assistere alla sua unica recita in questo Lago, riempiendo ogni fila e ordine di posti, mostrando grande entusiasmo anche per questa originale versione, oltre che forte calore e partecipazione a dispetto della temperatura atmosferica non proprio estiva della serata.

Applausi per Giuseppe Picone (ph.: Marina Sarchiola)

E così anche questo Lago dei cigni è entrato a far parte di quel bagaglio di balletti e ricordi che porto sempre con me, che mi accompagna in questo viaggio terreno, arricchendo e nutrendo il mio spirito da sempre, rendendomi immensamente felice di aver potuto conoscere così da vicino questa Arte meravigliosa e di provare ancora tanta passione per la danza, pur col passare degli anni, pur nel cambiare delle stagioni della vita.
*** *** ***
<< … il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.>>
(Jose Saramago)

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