Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Identità nascoste – Maschere da leggere in mostra a Milano (2a parte): dal Carnevale alla pubblicità

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Carnevale, il mondo alla rovescia

Proseguendo nel percorso della mostra, si arriva all’evento più di ogni altro collegato alla maschera, il carnevale, rito legato alle stagioni e alla vita agricola e ambito privilegiato nella produzione iconografica.
Il popolo, re per un giorno durante il periodo carnevalesco che precede il rigore della Quaresima, diventava il padrone indiscusso delle città. A governare sul mondo allora poteva essere Re Carnevale, portato in trionfo su un carro in un mitico e utopico paese di Cuccagna, nel quale ricchezza e cibo erano presenti in abbondanza.
In un’età dell’oro ormai perduta, ma agognata e resa possibile solo in quei giorni, al buffone era dunque concesso vestire i panni di un sovrano portato in trionfo.
A partire dal Cinquecento emerge evidente nelle stampe un legame strettissimo tra le feste del carnevale e la raffigurazione del mondo ideale: le figure diaboliche, immorali, blasfeme, notturne, sono quelle che meglio simboleggiano il rovesciamento delle gerarchie, dei valori consolidati, della morale religiosa.
Tra derisione e sfrenatezza si celava anche il malcontento nei confronti della rigidità della chiesa cattolica e si dava vita ad un “mondo alla rovescia”, concetto già ampiamente presente nella cultura popolare e figurativa sin dal Medioevo. L’uomo diventava donna, il servo dava ordini al padrone, il povero faceva l’elemosina al ricco, l’asino si trasformava in re. La morte veniva rappresentata come uno degli aspetti centrali in questo contesto culturale, come simbolica eliminazione del vecchio in luogo della novità, che si rispecchiava nel cambiamento delle stagioni, nel passaggio dall’inverno alla primavera, nel ciclo di rinascita delle coltivazioni.
La follia, il rovesciamento dell’ordine, la soppressione delle gerarchie, l’assoluta mancanza di regole, rappresentano gli elementi che da sempre sono alla base dell’idea stessa del carnevale.
La maschera durante il carnevale costituisce ancor oggi il modo più efficace per celare l’identità, ma anche per cambiare ruoli e ritmi quotidiani. Non manca quindi di essere una delle feste che conserva, soprattutto in ambiti locali di forte tradizione, quella magia e quegli aspetti trasgressivi che tanti viaggiatori d’Oltralpe apprezzarono e descrissero nei loro diari di viaggio.
Il carnevale a Venezia durava a lungo, quasi tutto l’autunno e l’inverno: iniziava nei primi giorni di ottobre, con l’apertura dei teatri, si interrompeva nel periodo di Natale e proseguiva fino alla Quaresima. L’uso della maschera era quindi assai comune, non tanto per celare l’identità, quanto piuttosto come accessorio divenuto abituale nel modo di vestire. La tipica maschera del veneziano, come viene descritta nei diari di viaggio, era composta da un tabarro di seta o lana nera, una maschera che copriva il volto (detta “larva”, che in latino significa maschera, dapprima nera, poi bianca, una bauta che ricopriva testa e spalle, il cappello a tre punte detto tricorno).

Et voilà: larva, bauta e tricorno

Oltre agli spettacoli che si tenevano nei ridotti dei teatri, sul palcoscenico, nei caffè, nei palazzi privati, in tempo di carnevale le piazze e i campielli della città si trasformavano in spazi ludici collettivi, dove si svolgevano anche esibizioni di funamboli, prestigiatori, ballerini, ciarlatani e si allestivano teatrini di marionette.
Fu soprattutto Piazza San Marco a costituire il luogo deputato in cui le maschere si ritrovavano, passeggiavano, facevano mostra di sé: le danze e le prodezze degli acrobati furono descritte con dovizia di particolari nelle tante incisioni che circolavano in tutta Europa e che contribuirono a fare del carnevale di Venezia uno dei più famosi nell’Europa del Settecento.
Tra le tante maschere del carnevale descritte a stampa troviamo gli Zanni, i più comuni personaggi della Commedia, legati alla storica presenza a Venezia di facchini lombardi, soprattutto bergamaschi, dei quali il personaggio zannesco sarebbe una derivazione; accanto a loro si trovano raffinate maschere riccamente abbigliate. Poesia e arti figurative immortalarono questa felice stagione; i pittori si sbizzarrirono nel raffigurare veglioni e feste in maschera.

Francesco Guardi, Il doge assiste alla festa del Giovedi grasso in Piazzetta

Luca Carlevaris fu l’incisore più fecondo dell’epoca. A lui si devono bellissime vedute incise di Venezia, raccolte nelle Fabriche e vedute di Venezia, 104 acqueforti pubblicate nel 1703: la raccolta ottenne un grande successo e fu più volte riedita.
Le numerose opere a stampa, oltre ai racconti dei viaggiatori stranieri, costituiscono il documento di un’epoca, la testimonianza della cultura, della moda, dei cambiamenti urbanistici della città lagunare.

Luca Carlevaris, Venezia, vista del molo

Luca Carlevaris, Venezia, Piazzetta e Libreria

Ma non solo la città di Venezia costituiva un polo d’attrazione durante il periodo carnevalesco.
Anche il carnevale romano dovette rappresentare uno spettacolo di straordinario effetto: agli eroi della classicità si sostituivano gli “eroi popolani”, protagonisti indiscussi di una città le cui magnificenze facevano da sfondo ad una festa stravagante.
Sino alla fine del XIX secolo il carnevale romano fu uno dei più noti a livello europeo. Il tema del carnevale fu senza dubbio molto amato dal romanticismo: la letteratura e la musica classica se ne impossessarono – così Schumann si ispira a Goethe per Carnaval e Hoffmann ambienta il suo romanzo breve Principessa Brambilla proprio a Roma durante il carnevale.

Johannes Lingelbach, Carnevale a Roma (1650)

Tra le molte testimonianze iconografiche che hanno restituito figure e personaggi, scene e costumi della Commedia dell’Arte, un buon numero di soggetti è dedicato all’esperienza degli attori italiani in Francia. Alle prime tournées di celebri compagnie, dai Gelosi ai Fedeli, agli Accesi, che negli ultimi decenni del XVI secolo varcarono i confini, a cavallo di metà Seicento seguì una seconda fase che rappresentò il periodo di massimo splendore per le nuove e più importanti compagnie italiane (quelle di Fiorilli, Locatelli, Riccoboni) e che, in parallelo, vide l’affermazione dell’incisione quale tecnica artistica capace di illustrare, documentare, testimoniare avvenimenti, luoghi, protagonisti. Il Re Sole, Luigi XIV, comprese bene l’importanza dell’incisione sia come mezzo di propaganda politica e sociale sia come possibile strumento di esaltazione della sua figura; ne promosse quindi la produzione, favorendo l’apertura di botteghe e stamperie e incrementando il collezionismo.
La definizione di “tipi fissi” è uno degli aspetti più evidenti della struttura della Comédie Italienne attiva in Francia dal 1684 al 1697.
Ogni attore all’interno della compagnia era specializzato in un ruolo, definito nel corso della sua carriera professionale. E gli artisti hanno dato ampia testimonianza, dal punto di vista iconografico, a questo particolare aspetto del teatro italiano, ritraendo spesso gli attori nelle vesti dei loro personaggi, quasi fondendo le due identità. Fu soprattutto Arlecchino a riscuotere in Francia un enorme successo, grazie ad alcuni attori che ne vestirono la maschera, da Biancolelli a Gherardi.
All’inizio del XVIII secolo si assistette in Francia alla nascita di un vero e proprio mito legato all’immagine del teatro italiano: ne furono fautori, fra gli altri, Claude Gillot e il suo allievo Jean-Antoine Watteau, che ritrassero nelle loro opere questo mondo variegato e affascinante, filtrato attraverso la memoria, creando una visione lontana dalla realtà, mitizzata e trascendente.

Jean-Antoine Watteau, Arlecchino galante

Quando le compagnie italiane vennero allontanate da Parigi, prima del rientro in Francia con Luigi Riccoboni nel 1716 su invito di Luigi XV, furono questi artisti a creare, dall’assenza, quel mondo irreale in cui alla spontanea vitalità delle maschere popolari italiane si sostituì la grazia charmante degli intrattenimenti e della musica composta nei giardini della Parigi del tardo Seicento.

La cacciata dei comici italiani da Parigi (1697). Incisione di Louis Jacob da un quadro di Antoine Watteau

Questo fu un periodo d’oro anche per l’incisione, che contribuì all’affermarsi del mito della Commedia grazie a una fiorente produzione di incisioni desunte da dipinti e disegni dei due artisti francesi.
La prima stagione della Commedia dell’Arte in Francia è così portata in trionfo dall’arte, che riprese, trasfigurandolo, più l’aspetto di costume che quello artistico-popolare vero e proprio.
Anche Goldoni lasciò definitivamente l’Italia alla volta di Parigi nel 1762, chiamato a collaborare con la Comédie Italienne, i cui attori, avvezzi a recitare solo su canovacci, gli crearono non pochi problemi sin dagli inizi. Tuttavia, nel 1765 lasciò l’incarico per lavorare a corte come insegnante, amareggiato per la mancanza di rispetto degli attori e le molte angherie subite.

Jean-Antoine Watteau, Pierrot, detto anche Gilles

Ma in Francia la tradizione della Commedia dell’Arte si era già affermata molto prima, a partire dalla fine del Cinquecento e soprattutto a metà Seicento, periodo di massimo splendore dell’esperienza delle compagnie teatrali italiane sui palcoscenici francesi.
La maschera di Pierrot nasce molto prima del XIX secolo: nel Cinquecento era uno degli Zanni, mite e un po’ sciocco, che con il tempo, dall’originario Pedrolino presente in molte rappresentazioni delle compagnie italiane attive a Parigi nel XVII secolo, si trasformò in Francia prendendo le sembianze di Gilles, soprattutto nell’opera di Watteau. Divenuto poi il “Pierrot Lunaire” amato dai romantici, “disertore della vita terrestre”, fu reso famoso da molti artisti alla fine dell’Ottocento: Daumier con le sue caricature, Ensor, Toulouse-Lautrec, nelle sue opere dedicate al mondo degli spettacoli parigini. Ma anche gli scrittori lo amarono, basti pensare a Baudelaire o Verlaine.

James Ensor, La disperazione di Pierrot (1892)

Honoré Daumier, Pierrot che suona il mandolino (1873)

Simbolo della maschera e della caricatura in cui convivono tristezza e riso, Pierrot è divenuto l’icona di un mondo surreale, eterno sognatore. In alcune incisioni, tuttavia, egli mantiene le caratteristiche dello zanni, furbo e intrigante, talvolta a fianco di Arlecchino nelle scene amorose.
Grazie al valore che hanno conquistato nella cultura figurativa europea, le maschere fanno la loro comparsa anche in ambiti iconografici apparentemente molto lontani dal mondo del teatro. L’efficacia di un’immagine è sempre legata alla facilità di riconoscerla e sentirla come appartenente alla propria cultura: per questo motivo le maschere della tradizione, in particolare Arlecchino, Pulcinella, Pierrot, sono state largamente utilizzate per la creazione di messaggi pubblicitari, nell’illustrazione periodica e per l’infanzia, nell’editoria musicale o nella produzione di giochi, elemento che permette una loro costante attualizzazione.
Quale prima forma di messaggio pubblicitario, il manifesto ha assunto una grande importanza nella cultura figurativa e sociale a partire dalla seconda metà del XIX secolo. In questo ambito è possibile rintracciare l’influenza della Commedia nel ricorso a motivi legati alle maschere più famose, contribuendo a recuperare simboli, miti, immagini che costituiscono un patrimonio culturale condiviso da gran parte del pubblico cui è diretto il messaggio commerciale: in tal modo quest’ultimo ne viene esaltato e l’azione comunicativa diventa più efficace.
Alcuni cartellonisti attivi nella seconda metà dell’Ottocento sino ai primi decenni del Novecento, tra i quali Leonetto Cappiello, Achille Mauzan, Plinio Codognato, fecero ricorso spesso nelle loro opere a questi soggetti. Ma spunti si ritrovano anche in altre forme pubblicitarie minori legate al mondo del commercio: è il caso delle ben note figurine Liebig, delle quali alcune serie furono dedicate proprio alle diverse maschere della Commedia dell’Arte. Oppure pensiamo alle campagne della fabbrica di matite FILA, con i suoi segnalibri e album da colorare, o ancora di menù e cartoline.

Figurine Liebig, Carnevale di Venezia

Figurine Liebig, Scene di carnevale

Nomi importanti dell’illustrazione italiana, quali Sacchetti, Angoletta, Mussino, Mateldi, Brunelleschi, sfruttarono appieno questi motivi, certi del loro appeal sul pubblico. Alcuni crearono anche importanti serie propriamente dedicate al mondo delle maschere, altri fornirono disegni a corredo dei tanti articoli e testi teatrali pubblicati sui periodici o destinati a una ricca produzione editoriale riservata ai giovani lettori – romanzi, raccolte di commedie, storie di burattini -, anche queste un grande capitolo della “fortuna visiva” delle maschere, le cui avventure apparvero anche sulle pagine del famoso “Corriere dei Piccoli”.
Il ricorso a questi temi iconografici e ai tipi delle maschere tradizionali italiane e francesi si rivela dunque quanto mai diversificato, anche tenendo conto di un altro settore, quello della produzione a stampa di giochi da tavolo, da ritaglio e tridimensionali, sia in Italia che nel resto d’Europa, in particolare in Francia.
Anche il Paese del Sol Levante ha subito il fascino di questa nostra grande cultura “in maschera”. La diffusione del “giapponismo” sul finire dell’Ottocento determinò la fortuna di un procedimento di coloritura detto au pochoir, diffusosi nel periodo dell’art déco. Esso si basa su di un procedimento molto semplice: per ottenere un certo numero di esemplari identici nella composizione, si utilizzavano degli stampini traforati attraverso i quali far passare i colori in corrispondenza delle zone da riprodurre. Si affermò in Europa nel campo della decorazione e della coloritura di stoffe, grazie anche alla semplicità esecutiva e al basso costo.
Fu però un giapponese, Kitao Sekkosai, a realizzare, nel 1767, il primo album illustrato utilizzando questa tecnica di coloritura.

Ninon Victor Max (pseud. di Accornero Testa Vittorio), Dama e cavaliere in abiti settecenteschi, 1925. Incisione colorata au pochoir.

Incisione di Tokinobu Sekkosai (1745-1780)

L’impressione che si ricava dopo aver visitato questa particolare mostra, fra documenti originali, creazioni tridimensionali, marionette e sagome, è di aver vissuto in un tempo sospeso, nell’illusione di un mondo fantastico, con la consapevolezza che la maschera continua ad essere un elemento vitale anche nell’epoca moderna, una componente imprescindibile della società dell’immagine in cui viviamo.
Un ringraziamento particolare ai curatori dell’esposizione e ai redattori del catalogo e dei pannelli esplicativi, numerosi ed esaurienti in ogni sala, che hanno permesso di approfondire l’argomento e di venire a conoscenza di aspetti curiosi e molto particolari di questo mondo sempre affascinante.

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6 commenti su “Identità nascoste – Maschere da leggere in mostra a Milano (2a parte): dal Carnevale alla pubblicità

  1. liù
    gennaio 13, 2014

    Le stampe che hai inserito nell’articolo sono molto belle!
    Un abbraccio♣
    liù

    • ilpadiglionedoro
      gennaio 13, 2014

      Grazie Liù. Non tutte erano presenti in mostra, ma anche queste sono comunque esplicative e ci stanno bene.
      Un abbraccio a te 🙂

  2. wolfghost
    gennaio 17, 2014

    Accidenti, un articolo eccezionale per completezza, abilità e scorrevolezza di scrittura e scelte delle immagini. A me il carnevale non piace, ma ho letto con interesse e curiosità. Davvero brava 😉

    http://www.wolfghost.com

    • ilpadiglionedoro
      gennaio 17, 2014

      Ciao Wolf 🙂 Anche a me il carnevale piace molto poco, anche se mi affascinano i costumi. Questa mostra però, esaminando soprattutto l’aspetto iconicografico, ma anche sociale e storico, è stata davvero interessante.
      Grazie per le tue visite e per i tuoi complimenti: mi fanno felice!
      Presto passerò da te: sai quanto mi piace leggerti.

  3. liù
    gennaio 20, 2014

    Ciao,nel mio blog c’è un regalo per te!
    liù

    • ilpadiglionedoro
      gennaio 20, 2014

      Un regalo…? Appena ho terminato il lavoro corro a vedere! Che emozione…..

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