Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Verso Monet” e il paesaggio che fa sognare

Verona e Marco Goldin: un “amore” che dura da due anni e che, personalmente, mi auguro prosegua.
Dopo il grande successo ottenuto lo scorso anno dalla splendida mostra dedicata alla storia del ritratto proveniente da Vicenza (di cui avevo scritto in questo articolo https://ilpadiglionedoro.wordpress.com/2013/03/22/da-botticelli-a-matisse-lo-sguardo-attraverso-i-secoli/), per questa stagione invernale tocca a Verona e al Palazzo della Gran Guardia inaugurare la mostra che ha ancora una volta come filo conduttore una “storia”, quella del paesaggio dal Seicento al Novecento, per “consegnarla” poi alla Basilica Palladiana di Vicenza.
Oltre novanta dipinti e dieci preziosi disegni provenienti da alcuni dei maggiori musei del mondo e da preziose collezioni private, suddivisi in cinque sezioni che, in un percorso artistico ed emozionale, accompagnano i visitatori attraverso l’evoluzione della pittura di paesaggio ed il suo progressivo affermarsi come genere autonomo e indipendente.

Goldin individua il punto di arrivo di questa evoluzione proprio in Monet (presente con venti dipinti), che trasforma la pittura di paesaggio in esigenza di una visione spirituale ed interiore: dalla descrizione realistica della natura alla natura come trasposizione dell’animo umano. Con la sua parabola conclusiva di Giverny si arriva all’astrazione del Novecento, dopo aver percorso tre secoli di mutamenti non solo artistici, ma anche umani, storici, filosofici, sia europei che americani.
La prima sala ci introduce nella sezione Seicento. Il vero e il falso della natura. Perché è proprio a partire già dal Cinquecento, ma in particolare con il Seicento, che si fa strada l’idea della rappresentazione della natura come elemento autonomo della descrizione, centro della visione artistica. Il rapporto dell’artista con la natura è sempre oscillato all’interno della dicotomia “vero/falso”: rappresentare la natura in modo realistico, così come è percepita dall’occhio, oppure trasfigurarla a seconda degli stati d’animo di chi dipinge? Questa alternanza di vero/falso si propone già nel Seicento e, a mio parere, non ci ha mai abbandonati, perché l’uomo fa parte della natura, è “essere naturale” ed ogni suo stato d’animo trova comunanza o contrasto con la Grande Madre. La rappresentazione che egli ne dà viene di conseguenza.
Già con Annibale Carracci la figura di San Giovanni Battista, pur continuando ad avere grandi proporzioni, non mantiene più la posizione centrale nel quadro, ma è spostata a sinistra di chi guarda, per concedere maggior spazio al paesaggio. Così come in Domenichino, dove già le figure, pur essendo più numerose, sono di dimensione ancora inferiore.

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Annibale Carracci, San Giovanni Battista

Domenico Zampieri

Domenico Zampieri, detto Domenichino, Paesaggio con fiume e barche (1603-1605)

Con Claude Lorrain, pittore francese che a lungo operò in Italia, subendo quindi anche l’influenza della nuova sensibilità artistica che si stava sviluppando, questa preminenza dell’aspetto paesaggistico rispetto all’elemento umano è ancora più evidente, com’è chiaro nel bellissimo quadro Villa nella campagna romana.

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Claude Lorrain, Villa nella campagna romana, 1653

Tutt’altra sensibilità ritroviamo in Nicolas Poussin, volutamente affiancato a Lorrain in questa sala. In Poussin il paesaggio ritrova la “falsità” classica: tutto è ordinato, perfetto, armonico, fisso, è un riflesso storico e filosofico della vicenda che si vuole narrare. Paesaggio con le ceneri di Focione è un’opera emblematica in tal senso: Poussin fa coesistere l’esigenza della storia con la nuova nozione di pittura di paesaggio. Per lui un’opera è soprattutto costruzione della mente.

Poussin

Nicolas Poussin, Paesaggio con le ceneri di Focione (1648)

Ma, nonostante tutto questo parlare dell’Italia e di artisti anche stranieri influenzati dalla sensibilità italiana, è in Olanda che nasce il paesaggio moderno.
E’ una natura che non racconta fatti, non si cala nella storia, ma si mostra per quello che è, basata non sull’osservazione dal vero, diretta, ma riprodotta in studio da schizzi e disegni.
Ecco quindi le tele di Van Ruisdael o di Seghers, pittore molto amato nel XVII secolo. Rembrandt aveva infatti almeno otto suoi dipinti e oggi i dipinti di Seghers sono molto rari; quelli noti sono solo dodici.
Valle del fiume con gruppo di case, conservata a Rotterdam, è considerata la più importante della sua produzione, assieme ad un’altra conservata agli Uffizi.
In quest’ultima parte della prima sezione troviamo esposta anche una decina di disegni, da Lorrain a Rembrandt, da Koninck a Van Ruisdael, che segnano l’importanza di questa tecnica nell’esplorazione diretta della natura.

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Jacob Isaacksz, van Ruisdael, Veduta di Alkmaar (1670-1675 circa)

Nella seconda sezione, Il Settecento. L’età della veduta, è esposta una ventina di dipinti, alcuni anche di grandi dimensioni, che illustrano una delle maggiori svolte che la pittura dedicata al vero della natura ricordi.
Il vedutismo fu portato in Italia da un olandese, Gaspar van Wittel (padre del più noto Luigi Vanvitelli, dal nome italianizzato, poiché nato in Italia), che arrivò in Italia nel 1675 per i disegni di rilevazione del Tevere accanto all’ing. Meyer. Ecco la sua splendida tela dedicata a Roma:

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Gaspar Van Vittel, Veduta di Piazza del Popolo a Roma (1718)

Grazie a van Wittel si creò un fecondo connubio fra la visione naturalistica italiana e quella scientifica e meticolosa, tipica dei Paesi del Nord Europa.
Gli artisti veneziani si trovano al centro di questo percorso, con opere provenienti soprattutto da musei americani, grazie a prestiti normalmente poco accessibili per il pubblico italiano.

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Bernardo Bellotto, Veduta di Verona con Castelvecchio da monte del Ponte Scaligero (1745)

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Francesco Guardi, Veduta del Canal Grande, dopo il 1754

Bellotto, Guardi, ma soprattutto Canaletto, che non smette di affascinare con la minuzia degli sfolgoranti particolari pennellati con maestria certosina. E quella Venezia incantata e incantevole che lasciava allora e lascia ancor oggi senza fiato per la sua incomparabile bellezza.

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Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto, Veduta di Venezia con Piazza San Marco e la Piazzetta (1470 circa)

Ringraziamo l’invenzione della macchina ottica o oscura, senza la quale Canaletto, che ne fu maestro nell’uso, non avrebbe potuto ottenere un’immagine così nitida e una così dettagliata rappresentazione dei particolari e della prospettiva. Ma, come ricorda il curatore, sono la sensibilità e l’occhio attento del vero artista che donano anima e magia all’insieme, che trasfigurano i fenomeni luminosi, ponendosi di fronte al paesaggio in modo del tutto nuovo.

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Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto, Bacino di San Marco, Venezia, 1738 circa

Siamo in pieno periodo illuminista, in cui l’uomo si pone al centro del mondo, tutto può, anche creare e domare a proprio piacimento la natura.
Con Romanticismi e Realismi entriamo nel XIX secolo, punto di svolta dell’intero percorso dedicato alla descrizione della natura e trait d’union fra le esperienze dei due secoli precedenti e la definitiva ed epocale “rivoluzione” impressionista.

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Jean-Baptiste Camille Corot, Ville d’Avray, 1828 circa

Fare dell’esterno interno e dell’interno esterno,
fare della natura pensiero e del pensiero natura:
questo è il mistero del genio nelle arti.”
(S. T. Coleridge)

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Caspar David Friedrich, Mare al chiaro di luna, 1835-1836

Domina la sala l’inquietante tela di Caspar David Friedrich, Mare al chiaro di luna. Il pittore evoca un paesaggio psicologico: è il Mar Baltico, ma trasfigurato dal ricordo di un artista ormai malato. Tutto qui diventa simbolo: la profondità del mare, che sembra non lasciare spazio a null’altro che al buio della notte, ma che in realtà ad un attento osservatore permette di scorgere i segni dell’uomo – le barche abbandonate sulla spiaggia, simbolo dell’abbandono dell’uomo……..
Dice Friedrich: “Il pittore non dovrebbe limitarsi a dipingere ciò che gli sta di fronte, ma dovrebbe sforzarsi di dipingere ciò che vede dentro di sé. Ma se non scorge nulla dentro di sé, dovrebbe astenersi dal dipingere ciò che vede di fronte a sé”.
Ma in questa parte dedicata ai realismi, si inserisce uno dei motivi di novità dell’intera esposizione: il rapporto che è stato costruito tra le contemporanee esperienze dei pittori della Hudson River School in America – da Church a Bierstadt, da Kensett a Heade – e quelle di vari pittori europei non francesi. Dalla Scandinavia di Von Wright fino all’est Europa di Lotz e Grigorescu, solo per fare alcuni nomi. Tra lo spazio sconfinato americano e quello europeo talvolta più domestico.

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Ferdinand von Wright, Veduta di Haminalahti, 1853

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Károly Lotz, Temporale sulla Puszta, 1861

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Martin Johnson Heade, Lake George, 1862

Infine, affiancati perché così diversi, troviamo Constable e Turner, l’uno concentrato sul più rassicurante quotidiano, un romantico propedeutico al realismo, l’altro dissolto nella luce del cosmo, per il quale riecheggiano le parole di Victor Hugo: “Cosa inaudita, è dentro di noi che dobbiamo guardare il di fuori

Il senso del quotidiano di Constable attraversa la Manica e dall’Inghilterra arriva in Francia, dove sta prendendo l’avvio la scuola di Barbizon.
L’impressionismo e il paesaggio è il titolo della penultima sezione, molto ampia, ma che potrebbe esserlo ancora di più, vista la quantità e la qualità degli artisti, europei ed americani, che sono proposti.
Venticinque sono le opere scelte, fra artisti come Renoir, Pissarro, Degas, Sisley, Van Gogh, Gauguin, Cézanne e Caillebotte. Che assieme a Corot vede in mostra anche gli altri due principali esponenti, Millet e Courbet.
L’Impressionismo elimina il nero, scompaiono le ombre e tutto diventa colore, colore da cogliere dipingendo en plein air e da stendere in modo anche rabbioso e violento sulla tela.
Passiamo quindi dalla delicatezza e quotidianità di Millet…..

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Jean-François Millet, Fattoria a Vauville, Normandia, 1872-1874

alla natura semplice, non più eroica ma umile, familiare, di Pissarro…

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Camille Pissarro, La Varenne di Saint-Hilaire, 1863 circa

…al colore totalizzante e materico di Courbet – capostipote del realismo – pittore della natura primordiale, che, per dipingere le sue Onde utilizza il coltello da cucina.

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Gustave Courbet, Onde, 1869

E poi l’impressionismo di Manet, di Renoir, col loro tratto veloce, tormentato, per cogliere l’impressione. Poi Gauguin, per il quale il colore si trasfigura, richiama ad un significato “altro”, aprendo la strada al Simbolismo.

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Edouard Manet, Barche ad Argenteuil, 1874

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Paul Gauguin, Paesaggio tahitiano. I maiali neri, 1891

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Pierre-Auguste Renoir, La Senna a Chatou, 1881

La sensibilità inizia a cambiare con Paul Cezanne: egli non cerca più l’”impressione”, bensì la “sensazione”: studia i paesaggi e poi li riproduce in studio, ricercando nella sua mente la sensazione lasciata dalle immagini che l’hanno impressionata. Ecco la serie dei dipinti dedicati alla montagna di Sainte-Victoire, dove la gamma cromatica – quel colore prorompente che aveva caratterizzato gli Impressionisti – diminuisce, dove tutto si sviluppa su piani paralleli, senza prospettiva. La natura muta ancora d’aspetto: è scabra, nuda, essenziale, ridotta all’essenza, pronta per l’avanguardia cubista che verrà.

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Paul Cézanne, La montagna Sainte-Victoire, 1885-1887

Cezanne, La strada in curva al Valhermeil, Auvers sur Oise

Paul Cézanne, Sentiero che curva, 1881

Qui ci sono bellissimi campi con degli ulivi dalle foglie argento come salici cimati. E poi non mi stanco mai del cielo azzurro.” (Lettera alla madre, 2 luglio 1889)
Con questa frase scelgo di aprire la “parentesi” dedicata al mio amatissimo Vincent Van Gogh, di cui sono esposte sette tele, a partire, appunto, da Uliveto.

Vincent Van Gogh, Uliveto, 1889

Van Gogh è il primo pittore ad usare il colore pieno, direttamente dal tubetto, e in queste opera è chiaramente evidente: è un colore violento, forte, accecante, ma ancora sereno a modo suo, aderente al vero, e quindi non perturbante. Così come in Orti a Montmartre, la più grande tela mai realizzata da Vincent.

Vincent Van Gogh, Orti a Montmartre, 1887

E’ a Saint Rémy, quando il suo stato psichico comincia a vacillare, che avviene il distacco dalla realtà.

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Vincent van Gogh, Campi di grano in un paesaggio collinare, 1889

Il colore ora descrive non più la natura, ma le emozioni che essa suscita. Nella rappresentazione della natura l’artista traspone la propria interiorità, i propri sentimenti: per Vincent diventa simbolo del suo intimo conflitto. Il cielo incombe, con i neri corvi che gli si fanno incontro minacciosi, l’acqua é scura e si protende verso il pittore, provando quasi a trascinarlo nelle sue profondità.

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Vincent van Gogh, Covone sotto un cielo nuvoloso, 1890

Esposto anche un Degas sui generis: abituati alle sue eteree e coloratissime ballerine, qui abbiamo un artista che, verso la fine dell’Ottocento, si interessa di fotografia e questo cambia anche il suo modo di concepire la creazione pittorica. Si rivolge al paesaggio, con una commistione di realtà e fantasia.

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Edgar Degas, Case ai piedi di una scogliera (Saint-Valéry-sur-Somme), 1896-1898

Occhieggiando nell’ultima sala e intravedendo le Ninfee, si capisce di essere arrivati al capolinea di questo interessante ed evocativo excursus attraverso tre secoli di storia del paesaggio in pittura.
Con Monet e la natura nuova si arriva al compimento dell’intero percorso espositivo. Come dice Goldin: “Lui che era partito come erede di Corot, adesso si trovava ad essere nella condizione di anticipare Pollock.”
Il primo quadro che apre la carrellata dei venti esposti è una nuova versione della Foresta di Fontainebleu, soggetto molto amato anche dai pittori a lui precedenti. E ancora una volta questo soggetto “inflazionato” viene trattato in modo del tutto nuovo: Monet fa pittura della realtà e della sua inconsistenza insieme. La natura è tutta un brulichio, un baluginare di vita e di luce sfolgorante. Imprescindibile la lezione dell’Impressionismo. Così come in Neve ad Argenteuil, Monet fa “vivere” la natura, evidenzia i particolari, li inonda di luce abbagliante, magnetica. Difficile staccare gli occhi da ogni singolo particolare di ciascuno di questi due quadri.

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Claude Monet, Il sentiero di Chailly nella foresta di Fontainebleau, 1865

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Claude Monet, Neve ad Argenteuil, 1874

Dal 1882 Monet cambia la sua modalità di lavoro: osserva il paesaggio dal vivo, ripensandoli poi all’interno del suo studio. Con La casa del pescatore introduce il concetto di serie: tante tele con lo stesso soggetto riproposto nelle varie ore del giorno. Questo sarà il leit motif dell’ultima parte della sua produzione. Seguirà la serie dei papaveri, della Cattedrale di Rouen, del ponte di Charing Cross, per chiudere che le notissime Ninfee.

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Claude Monet, Casa del pescatore a Varengeville, 1882

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Claude Monet, Campo di papaveri vicino a Giverny, 1885

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Claude Monet, La facciata della Cattedrale di Rouen e la Torre d’Albane (mattina), 1894

Egli diceva: “Esercito semplicemente i miei sforzi su un massimo di apparenze, in stretta relazione con le realtà non conosciute.”
Il puro “en plein air” impressionista è tramontato. Non ‘è più la pietra, la sostanza, la verità delle cose, ma la verità interiore che il mondo, la natura, trasmette all’artista.
L’istante, l’impressione, non è più sufficiente. Solo una continua successione di particelle di tempo può dar origine all’immagine vera della pittura.

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Claude Monet, Ninfee, 1908

In una nicchia, in fondo alla sala, l’ultima opera: Salice piangente, dipinta nella fase finale della vita del pittore, quando ormai la vista stava cedendo e necessitava di un’operazione alla cataratta.
Qui la ricerca di una “prospettiva dell’anima” è ancora più evidente: tutto diventa prima piano, non c’è profondità, non c’è prospettiva, ogni elemento della composizione si protende all’esterno, verso lo spettatore, perché tutto è importante.
E’ l’apoteosi della natura come dirompente simbolo di vita.

Claude Monet, Salice piangente, 1918

Ho visitato la mostra due volte: la prima per “lavoro”, accompagnata da una guida di Linea d’Ombra, cui devo fare i complimenti perché molto preparata, chiara e in grado di mantenere alto il livello di attenzione per tutta la durata della visita. La seconda volta da sola, interiorizzando le correlazioni e lo sviluppo artistico del paesaggio evidenziato dalla guida, leggendo le note dei critici accanto ai vari quadri e facendo le mie “elucubrazioni mentali”.
Sarebbe eccessivo fare una terza “incursione”? Forse sì, ma le emozioni suscitate dalle suggestive opere esposte inviterebbero a farlo, questa volta lasciando solamente che gli occhi trasmettano alla mente e al cuore le immagini. Le emozioni sono già state assimilate.

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6 commenti su ““Verso Monet” e il paesaggio che fa sognare

  1. wolfghost
    dicembre 13, 2013

    Accidenti! Un articolo da far invidia al più attento degli esperti! 😮 Gli organizzatori della mostra dovrebbero stamparlo sotto forma di opuscolo e darlo all’ingresso della mostra stessa 😉
    Credo di avertelo già detto, ma penso che il tuo sia uno dei migliori blog tematici che conosco! 🙂

    Un caro saluto!

    http://www.wolfghost.com

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    • ilpadiglionedoro
      dicembre 13, 2013

      Francesco…mi metti in imbarazzo…sei troppo buono. Grazie per le tue parole e per aver apprezzato quanto ho scritto. Ho assemblato i ricordi della scuola, le spiegazioni della guida e, soprattutto, le emozioni personali. Messo tutto nello shaker, et voilà, è uscito questo 🙂
      Grazie delle tue visite, sono sempre molto gradite.
      Un abbraccio :*

      Mi piace

  2. flaviafra
    gennaio 4, 2014

    Articolo intetessantissimo che mi ha offerto anche spunti di riflessione sul rapporto fra natura e pensiero nella poesia e in modo particolare nello haiku.
    Grazie!
    Flavia

    Mi piace

    • ilpadiglionedoro
      gennaio 4, 2014

      Davvero? Mi fa molto piacere. A proposito, mi è piaciuto molto il tuo ultimo haiku, così come quelle “curiosità” sul capodanno giapponese. Grazie!

      Mi piace

  3. Monica G. (@Galamomi)
    gennaio 8, 2014

    Bellissimo articolo Manu, hai saputo tradurre in parole le emozioni che trasmettono questi meravigliosi capolavori. Non vedo l’ora di visitare la mostra e di avere di nuovo il piacere della tua compagnia. A presto!

    Mi piace

    • ilpadiglionedoro
      gennaio 8, 2014

      Cara Monica, mi fa piacere che tu abbia apprezzato: vedrai che la mostra piacerà anche a te! A prestissimo e…per questa volta ti perdono 🙂

      Mi piace

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