Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Il burattinaio magico torna a Verona: Béjart Ballet Lausanne

Domenica 20 ottobre: seconda, e ultima, serata del Béjart Ballet Lausanne a Verona. Un’esclusiva nazionale di grande rilievo, unica tappa italiana prima di volare al Festival Internazionale di Shanghai. Due serate da tutto esaurito per un grande evento ospitato dal Teatro Ristori in occasione dell’inaugurazione della stagione di danza.
Il nome di Béjart ha ancora, giustamente, una grandissima attrattiva fra ballettomani e non, anche se, probabilmente, il progetto originale del suo creatore è stato, nel tempo, modificato nelle idee.
Maurice Béjart, uno dei geni della danza (e non solo) del Novecento. Senza di lui sarebbe mancato un prezioso tassello all’arte del XX secolo. “Un secolo che Maurice ha indagato da esploratore e da viandante con l’anima del filosofo e il cuore del poeta. Alla scoperta del mondo, ampliando i temi delle sue creazioni, accostandosi a usi e costumi delle civiltà extraeuropee, indù, iraniana e giapponese.” (E. Ceron)
Per Béjart la danza impegna totalmente l’artista, nel corpo, nel cuore, nello spirito. E’ una forma d’arte totalizzante, che coinvolge tutti i sensi.
Ecco anche il suo desiderio di sperimentare, sia dal punto di vista del repertorio musicale che da quello più specifico del movimento. Le prime sperimentazioni con l’avanguardia musicale, sul rapporto astratto fra musica e movimento, sono in collaborazione con Boulez, con Stockhausen, con Schaeffer ed Henry, rappresentanti della musica concreta che recupera i rumori della vita.
Non dimentichiamo però il suo amore per Bach, seppur contaminato con tango argentino e musica pop, per Mozart, ma anche Wagner, Nino Rota e Luciano Berio. E nemmeno l’interdisciplinarietà dei linguaggi, debitori di Nietzsche, Voltaire, Molière, Proust e altri.
Ma, oltre ai grandi della storia della cultura in senso lato, Béjart ha sempre dimostrato attenzione e totale dedizione anche agli interpreti delle sue opere: “Quando creo un balletto – egli amava ricordare – m’interesso profondamente al corpo, alla psicologia e all’anima dei miei danzatori.” Non per niente alcuni fra i maggiori interpreti della danza sono indissolubilmente legati al nome di Béjart: pensiamo a Tania Bari, Paolo Bortoluzzi, Luciana Savignano, Jorge Donne, Gil Roman.
Nel 1960 fondò a Bruxelles il Ballet du XXe Siècle, una Compagnia internazionale con cui viaggiò in tutto il mondo e che, nel 1987, trasformò nel Béjart Ballet Lausanne, con sede a Losanna.
Morì nel 2007, a ottant’anni, poco dopo aver terminato la sua ultima creazione, Le tour du monde en 80 minutes.
Da allora il Direttore Artistico della Compagnia è Gil Roman, il più “anziano” danzatore di quella che fu la Compagnia storica di Béjart, suo erede spirituale designato alla direzione del Béjart Ballet Lausanne, del quale era Direttore aggiunto già dal 1993. A lui spetta il compito di mantenere vivo il repertorio – una vasta produzione dove pochissime sono le licenze coreografiche accordate a complessi esterni – e al contempo aprirsi verso nuovi autori. L’assunto di fondo del BBL resta comunque quello di una compagnia poliedrica che rappresenta ancora la diversità nel mondo della danza e che passa gran parte dell’anno in tournée: solo negli ultimi dodici mesi è stata a Parigi al Théatre de Chaillot, al Mariinskij di San Pietroburgo, al Bolshoi di Mosca, a Tokyo, Bogotà, San Paulo, e poi in numerose altre città in Francia, Svizzera, Germania, Spagna.

La Compagnia del Béjart Ballet Lausanne con Gil Roman

Gil Roman, che mancava da Verona da undici anni, ha scelto quattro pezzi del repertorio di Béjart molto differenti fra loro.
Il primo, Le Manteau (prima italiana), tratto dal racconto di Gogol su musica di Hugues Le Bars, fu rappresentato la prima volta nel 1999 al Postmodern-Teatr di Kiev, con protagonista lo stesso Roman. La storia narra di Akakij Akakievic, umile funzionario che ogni anno rammenda il suo logoro cappotto. Dopo anni di risparmi, quando finalmente riuscirà ad acquistarne uno nuovo, gli verrà rubato e lui morirà di freddo, nell’indifferenza generale.
Molto belle, in questo balletto come in quelli successivi, le scene corali: piene di brio, di espressività, di atletismo e coordinamento totale fra i ballerini. Il palcoscenico del Ristori è piccolo ed è davvero uno spettacolo nello spettacolo vederlo “popolato” in tutta la sua interezza da interpreti di primissimo rango.

Le manteau

Personalmente, ho apprezzato molto l’interpretazione del protagonista, Marco Merenda, ottimo anche nei brani successivi, sia nella qualità dell’esecuzione che nella definizione psicologica del personaggio.
Visivamente interessante, oltre che condivisibile in toto, quanto scritto in merito da Lara Crippa sul Corrire del Veneto: “Béjart si affida alla musica di Hugues Le Bars per rendere la spasmodicità del lavoro contabile, il ritmo della macchina da cucire, la bufera che sferza il corpo. Torna quell’atmosfera burattinaia di teatrini illuminati e abbandonati; i personaggi prendono vita come marionette, le teste sono mobili, i volti comici, lo scherno ha un naso rosso, il ladro è un uomo-scimmia. L’atmosfera russa giunge nello stile del cappotto, l’incedere dei superiori, le dame abilmente calzate di tacco e punta.”
Il secondo pezzo è Liebe und Tod (anche questo in prima italiana), una coreografia del 2002 su musiche di Mahler, un autore molto amato da Béjart (pensiamo ad un capolavoro come Le Chant du Compagnon Errant, oppure a Ce que l’amour me dit, Adagetto, ecc.)
Qui Gil Roman abbina un lied già messo in danza, Wo die schonen Trompeten blasen, ad una nuova creazione, La mort du tambour, adattata da un altro lied di Mahler.
E’ un passo a due, un Amore e Morte maschile e femminile che si incontrano e si scontrano con piccoli, rapidi passi: lei (Kathleen Thielhelm) esile e sofferta, lui (Oscar Chacon) grande interprete della più pura danza maschile.
Si passa poi ad un omaggio al grande compositore italiano Nino Rota, con due coreografie firmate da Béjart ed estratte dal balletto Dichterliebe creato sulla musica di Schuman in stretta collaborazione con Rota.
In chiusura uno scanzonato, romantico e vivace richiamo a Jacques Brel, con il ben noto Brel et Barbara del 2001, celebrazione dei due amici, figure fondamentali della canzone e dello spettacolo.
Indimenticabili, appassionate e struggenti le melodie e i testi di brani come Ne me quitte pas (di Jacques Brel) e Dis, quand reviendras-tu? (di Barbara). Protagonista femminile Elisabeth Ros, sensuale e regale con un abito dallo spacco vertiginoso sulle lunghe gambe. Le fa da degno “antagonista” Gabriel Arenas Ruiz, dal prorompente e passionale fascino latino.

Elisabeth Ros

Elisabeth Ros e Gabriel Arenas Ruiz

E un grande applauso anche a tutti gli altri ballerini che hanno animato la scena con le loro danze volteggianti (incalzante il ritmo di Le valse à mille temps) e i movimenti perfettamente calibrati pur nel turbinio del movimento.
Le mie impressioni? Uno spettacolo di magia, un mondo visionario popolato da ballerini-marionette sapientemente guidati da un abile burattinaio che, come il pifferaio magico, trascina il pubblico per le strade della sua città incantata.

Ma i ballerini si scoprono presto uomini e donne nei loro sentimenti, nel loro dolore e nelle loro gioie, e poi artisti di grande levatura, in grado di far emergere le loro singole personalità pur nell’adesione totale alle coreografie del Maestro.
Tanti, tantissimi e meritati applausi a tutti gli interpreti e, gran finale, a Gil Roman, grazie al quale Verona ha aggiunto un importante fiore all’occhiello, finalmente rinnovato e rinverdito, della danza.

BALLET BEJART-OTT 13-3

Il cast al completo con, al centro, Gil Roman

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