Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Il Giappone in pillole – La casa tradizionale giapponese: ciò che è essenziale agli occhi e al cuore

sito internet

La villa di OKOCHI SANCHO (Kyoto)

“Sulla veranda durante il giorno
nessuna presenza.

Solo il braciere.”

(Shiki)

La casa tradizionale giapponese si fonda sull’apparente fragilità dei materiali di cui è costituita ed esprime il forte legame dell’uomo con la propria dimora, il rispetto per la natura ed il culto degli antenati. L’essenzialità, la semplicità di linee, forme e materiali sono gli elementi che maggiormente ne sono le caratteristiche più evidenti: è evidente uno sforzo anche spirituale vòlto verso la naturalità, la semplicità, l’integrazione con la natura, l’eliminazione di tutto ciò che non è essenziale. L’utilizzo di materiali leggeri, come ben sottolinea l’architetto Sonia Piazzini, era in parte la risposta alla frequenza dei terremoti in parte la traduzione dell’insegnamento Buddhista secondo cui ogni cosa ha una natura effimera, transitoria, caduca (questa filosofia tuttavia non si concretizza nell’architettura di paesi come India, Cina e Corea, i tre paesi da cui il Buddhismo è arrivato in Giappone, fatto questo che dimostra che i giapponesi sono sempre stati in grado di arricchire le varie influenze con elementi distintivi propri). L’abitazione tradizionale del popolo giapponese, costruita fino a prima che si cominciasse a conoscere lo stile occidentale, dalla metà del secolo XIX, viene indicata con il termine minka. Il minka si differenzia per forma e metodo costruttivo tra campagna e città: il primo, chiamato noka (casa di campagna), il secondo machiya (casa di città). Ma si differenziano anche le case dei pescatori, le gyoka. Tuttavia, i materiali di base erano gli stessi, i più facilmente reperibili. Perciò il legno per travi e pilastri strutturali, così come per pareti, soffitto e tetto, ma anche argilla, paglia e bambù o corteccia. Il bambù veniva allineato e ricoperto d’argilla per rafforzare le pareti, la paglia e l’erba erano invece usate per coprire il tetto e, in altro modo, per fabbricare le stuoie che coprivano il pavimento, i ben noti tatami.

Sala con tatami

Anche strutturalmente si può delineare un modello base del minka che trascende luogo e tempo. Lo scheletro era costituito da intersezioni di pilastri e travi e tra i pilastri erano chiuse le pareti che potevano avere grandi aperture sull’esterno che venivano chiuse a piacimento con pannelli scorrevoli (shoji), e una separazione degli spazi interni aggiustabile con porte scorrevoli rivestite di carta (fusuma).

fusuma-decorati

Caratteristici fusuma decorati

La casa si divideva in due spazi: il doma, che introduceva alla casa con un pavimento in terra battuta, e lo spazio abitabile rialzato di circa 50 cm., coperto con tatami su cui ci si sedeva direttamente. Nelle case di campagna il doma costituiva circa un terzo dello spazio abitabile ed ospitava un forno in argilla. Era lo spazio adibito ai lavori legati ai campi, alla cucina e allo stoccaggio delle vivande.

Il doma

Adiacente, ma rialzato, c’era lo spazio per le attività quotidiane, che ospitava invece un braciere (irori) scavato nel pavimento di circa un metro quadrato. Serviva a riscaldare ed illuminare l’ambiente e divenne anche il punto d’incontro della famiglia. Non c’erano camini che aspirassero il fumo. Sull’irori era sempre lasciato appeso un gancio di metallo regolabile (jizaigake) a cui veniva appeso il bollitore. Un contrappeso di legno decorativo (yokogi), spesso in forma di pesce o di elemento acquatico, che controbilanciava l’elemento del fuoco, serviva a regolare l’altezza del bollitore rispetto al focolare.

Il caratteristico irori con lo yokogi a forma di pesce

Dietro questa stanza ve ne erano altre tre, mentre il bagno era costruito separatamente. In certi casi la parte migliore della casa è oltre il giardino. I pannelli shoji possono essere spinti interamente da parte, per realizzare un’intima unità con il giardino, mentre l’engawa, una sorta di veranda coperta da un tetto spiovente, modula la relazione tra lo spazio interno ed esterno. L’engawa filtra la luce naturale all’interno dell’abitazione proteggendola contemporaneamente dalla pioggia: in estate diventa una parte del giardino, in inverno può essere chiuso fino a costituire un’estensione dello spazio interno.

La villa di Okochi Sancho: i pannelli shoji possono essere spinti interamente da parte, per realizzare un’intima unità con il giardino, mentre l’engawa, una sorta di veranda coperta da un tetto spiovente, modula la relazione tra lo spazio interno ed esterno

Riadattato da Rosella Menegazzo, Dizionari delle Civiltà-Giappone con notizie tratte dal web.

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 22, 2013 da in Giappone, Oriente con tag , , , , , , , .
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