Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Storia della danza in pillole – La danza nell’Ottocento (prima parte)

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Maria Taglioni, La Sylphide

La nascita del balletto romantico
I primi segnali dell’estetica romantica si possono cogliere già negli ultimi decenni del Settecento, quando in Europa, e soprattutto in Germania, si fa strada una nuova sensibilità, una visione del mondo più libera e appassionata, un recupero di una realtà inesplorata legata al lato oscuro dell’inconscio, dando voce ai moti dell’animo, dei sentimenti, del sogno.
Intorno al 1830 l’anima romantica si è già pienamente affermata.
E’ questa, infatti, la data che sancisce il debutto ufficiale del Romanticismo a teatro, segnato dalla battaglia combattuta al Théatre Français in occasione della prima di Hernani dai seguaci di Victor Hugo contro i classicisti. Ma già tre anni prima Hugo aveva preso posizione a favore della nuova corrente esponendo, nella prefazione al Cromwell, i capisaldi dell’estetica teatrale romantica: abolizione delle unità aristoteliche, rifiuto di regole e modelli precostituiti, libertà all’ispirazione dell’artista.

Emma Livry e Louis Mérante, La Sylphide

Le nuove idee si fanno strada anche nel mondo della danza .
Nel 1832 un altro avvenimento scuote il pubblico parigino: all’Opéra di Parigi viene messa in scena La Sylphide, il primo esempio di balletto romantico.
Creato per Maria Taglioni, La Sylphide diviene il modello ispiratore di tutta la danza romantica, che si conformerà alle sue teorie e ne adotterà le innovazioni tecniche. Abbandonati i soggetti mitologici e gli argomenti storici, l’azione si trasferisce nel regno della fiaba, attingendo al repertorio dei paesi nordici e di lontane contrade esotiche per costruire storie intrise di mistero, nelle quali creature immaginarie e presenze ultraterrene si mescolano alle vicende umane e ne determinano il destino. Il tema di base, seppur con delle varianti, è sempre lo stesso: l’amore impossibile tra un uomo e una creatura soprannaturale che si conclude con un inevitabile finale tragico.
Malgrado la mediocrità del libretto e della partitura musicale di Jean-Madeleine Schneitzhoffer, La Sylphide ebbe un successo enorme ed aprì una nuova era nella danza. Il merito va in particolare alla protagonista, Maria Taglioni (1804-1884), interprete perfetta di un ruolo creato su misura per lei, che ne esaltava le doti di danzatrice “aerea”, famosa per le qualità eccezionali di elevazione unite alla grazia e ad una tecnica rigorosa.

Maria Taglioni e Joseph Mazilier, La Sylphide

Fu il padre, Filippo Taglioni, autore della coreografia, ad introdurre proprio in questa occasione l’uso della danza sulle punte, reso possibile grazie ad una speciale scarpetta rinforzata nella parte anteriore, che aumentava l’effetto dell’allungamento del corpo e gli conferiva una qualità di leggerezza imponderabile.
In realtà, sembra che la danza sulle punte fosse già stata sperimentata in precedenza, sia dalla stessa Taglioni, che da Geneviève Gosselin (già prima del 1813) che da Amalia Samengo Brugnoli (nel 1823). Secondo alcune testimonianze sarebbe stato il francese Jean-François Coulon, che tenne una classe di danza all’Opéra di Parigi dal 1808 al 1830, ad apportare l’innovazione delle punte.

In ogni caso la scarpetta da danza come la concepiamo oggi va considerata il punto di arrivo di un lungo processo di affinamento tecnico, iniziato quando la Camargo abbandonò le scomode calzature con il tacco alto per adottare una scarpetta a pianta piatta. E’ comunque solo a partire da La Sylphide che questa pratica viene comunemente adottata, divenendo un attributo indispensabile del balletto romantico, di cui sottolinea l’aspirazione al volo.
Un’altra innovazione destinata a fare scuola fu quella del tutù, una veste formata da un corpetto lievemente scollato ed una gonna composta da vari strati di un vaporoso tessuto bianco, che sostituisce l’ingombrante costume di corte sino ad allora in uso. Sembra che il tutù sia stato creato da Lami, il costumista de La Sylphide, il quale, ispirandosi al candore luminoso che caratterizzava le vesti del coro delle monache nel Ballet des nonnes, avrebbe ideato per la Taglioni un tutù lungo fino al ginocchio, che evocava una sensazione di leggerezza.

In seguitò Petipa accorcerà la gonna del tutù, che si espande a corolla all’altezza dell’articolazione coxo-femorale, lasciando completamente libere le gambe della ballerina, così da valorizzare i movimenti della danza che privilegiano l’elevazione ed il volo.

La Taglioni nel ruolo della Silfide raccolse un successo personale enorme nel corso delle numerose tournées intraprese all’estero e ne consacrò la fama di étoile di prima grandezza.
Questo il commento di uno spettatore entusiasta di San Pietroburgo:
“Taglioni è la sola ballerina al mondo che abbia saputo realizzare, nella sua danza, tutto ciò che era apparso finora come il sogno impossibile di un poeta: le aggraziate figure femminili, leggere ed eteree, che si scorgono sui vasi e le medaglie antiche. Ella non ha uguali; non ne avrà mai. Persone che non amano il balletto ne sono state conquistate grazie all’interpretazione e alle danze della Taglioni. E’ un genio della danza…”
Il nuovo stile si affianca ad una tecnica rigorosamente classica che trova nelle punte, nell’arabesco, nel port de bras i suoi principi fondamentali. Ogni movimento, ogni figura, sono perfettamente controllati, occultando la fatica fisica sotto un’immagine di eterea leggerezza.
Il trionfo della Taglioni contribuisce ad una sorta di mitizzazione della figura femminile, che nel balletto romantico acquista una preminenza assoluta. Pensiamo alla Cerrito, a Fanny Essler, a Carlotta Grisi, che fanno passare completamente in secondo piano la figura del ballerino, declassato al ruolo di semplice porteur della partner femminile.

Marius Petipa

Giselle: il balletto romantico per eccellenza
Théophile Gautier, il più grande critico di danza dell’Ottocento, invaghitosi di Carlotta Grisi (1819-1899), ideerà per lei Giselle: se La Sylphide è il modello ispiratore di tutta la danza romantica, Giselle ne diverrà il manifesto e l’incarnazione assoluta. Esso, infatti, ancor oggi riscuote un successo enorme su tutti i palcoscenici del mondo. Rappresentato all’Opéra nel 1841, si giovava della partitura musicale di Adolphe Adam, un compositore specializzato in opere e balletti, mentre la coreografia originale fu creata da Jean Coralli per i movimenti d’insieme e da Jules Perrot, che si occupò delle variazioni della protagonista.

Carlotta Grisi in Giselle

Gautier trae ispirazione da un testo di Heine, De l’Allemagne, in cui si narra delle “Villi”, fantasmi di fanciulle morte alla vigilia delle nozze che attirano i passanti e li costringono a danzare tutta la notte fino a morire esausti.

Giselle, Atto primo: Carla Fracci e Rudolph Nureyev

Il balletto si divide in due atti: il primo ci introduce nella realtà di una vivace festa paesana. Giselle, una giovane contadina, è innamorata del principe Albrecht, che la corteggia sotto mentite spoglie, fingendo di essere un popolano. Hilarion, abitante del paese e innamorato di Giselle, per una serie di svariate circostante scopre la vera identità del principe e la rivela a Giselle nel momento culminante della festa, al momento dell’arrivo in paese di Bathilde, la nobile fidanzata di Albrecht. Giselle impazzisce dal dolore e si uccide con una spada.

Giselle, Atto bianco: l’ingresso delle Villi

Il secondo atto è il cosiddetto “atto bianco”, che costituisce una costante del balletto romantico. L’azione è abientata in un bosco immerso nell’ombra notturna, dove vagano le Villi guidate dalla loro regina, Myrtha. Giselle, rivestita di una tunica bianca, si leva dalla tomba e viene accolta nella loro schiera. Hilarion, suo malgrado colpevole come Albrecht della morte della fanciulla, fa visita alla tomba dell’amata, ma è sorpreso dalle Villi, che lo obbligano a danzare sino alla morte.

Albrecht (Roberto Bolle) esausto attorniato dalle Villi, davanti alla tomba di Giselle

Più tardi arriva anche Albrecht, con un grande fascio di gigli da deporre sulla tomba, ma è anch’egli accerchiato dalle Villi e obbligato da Myrtha a danzare senza sosta. Ma l’amore di Giselle è più forte: riesce a proteggerlo e a sostenerlo fino all’alba, quando al primo chiarore le Villi sono costrette ad andarsene e a lasciare libero Albrecht, che, dolente, accompagna Giselle di nuovo verso la tomba.
Il balletto ebbe un’accoglienza trionfale. Esso accoglie tutti gli elementi de La Sylphide ma li porta a maturazione, riuscendo a raggiungere un raro equilibrio, dove i momenti gioiosi o drammatici del primo atto , più realistico e movimentato, si stemperano nel lirismo da sogno del secondo atto.
La Grisi nella parte di Giselle ebbe modo di esibire al più alto grado le caratteristiche del suo temperamento, che univa alle qualità di elevazione anche una straordinaria abilità nelle danze tacquetées o terre-à-terre.

Anna Pavlova in Giselle

Il successo riscosso da Giselle incoraggiò altre danzatrici a misurarsi nella parte della protagonista, richiedendo, tuttavia, ai coreografi di apportare alcune correzioni più adatte al loro stile e alla loro personalità. Ancor oggi l’interpretazione di Giselle è considerato un punto cardine nella carriera di una ballerina classica.
Le varie modifiche apportate negli anni, oltre al fatto che l’Opéra di Parigi eliminò questo balletto dal suo repertorio, hanno portato alla scomparsa dell’edizione originale. La versione attualmente in uso risale all’allestimento curato da Titus in Russia nel 1842, a sua volta ripreso con alcune varianti da Petipa, che mise in scena il balletto nel 1884 e nel 1887 prima di giungere all’edizione definitiva del 1899. A questa versione si attiene anche Serge Lifar, che reintroduce Giselle nel repertorio dell’Opéra nel 1932, modificando, tuttavia, il finale che si chiude con la morte di Albrecht sulla tomba dell’amata.
Malgrado l’intensa fioritura di nuovi balletti creati dai maggiori coreografi e librettisti dell’epoca, nessuno riuscì mai a raggiungere l’altezza artistica ed emotiva di capolavori come La Sylphide e Giselle.

Riadattato da Storia della danza occidentale, di Silvana Sinisi

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3 commenti su “Storia della danza in pillole – La danza nell’Ottocento (prima parte)

  1. wolfghost
    giugno 14, 2013

    Accidenti… “in pillole” per modo di dire! Sta venendo fuori una “Storia della danza” che meriterebbe pubblicazione su un libro… possibilmente perfino con rilegatura all’altezza! 😉

    Un caro saluto! 🙂

    http://www.wolfghost.com

  2. ilpadiglionedoro
    giugno 14, 2013

    Grazie Francesco! Spero che non siano pillole…indigeste 😃 Se non fosse che sono rielaborazioni di altri testi, quasi quasi ci penserei. Un caro saluto a te e arrivederci nella “casa” di Wolf 😉

    • wolfghost
      giugno 15, 2013

      Uhm… chissà, dovresti informarti fino a dove arrivano i diritti di copyright: magari citando le fonti li puoi includere 🙂

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