Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Una Reggia per il Re della Danza: Roberto Bolle & Friends – 19 luglio 2010

Serata di ricordi… si avvicina il 16 febbraio con un’altra grande serata alla Scala e quindi il pensiero vola verso altri, passati ma indimenticabili, momenti di danza.
Era il 19 luglio 2010 e, con la mia amica Paola, dopo un viaggio rocambolesco sotto una canicola africana, siamo arrivate a quella località persa nel nulla chiamata Venaria Reale.
Prima del racconto dello spettacolo, qualche immagine della cittadina piemontese.

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Ed ora…spazio alla danza!

“Anche quest’anno non poteva mancare almeno una “puntata” del gala Roberto Bolle & Friends e mi sarebbe piaciuto potervi assistere all’aperto, seppur con l’incognita del tempo.
Mi ha quindi entusiasmato la scelta di Roberto di iniziare il suo tour estivo – che festeggia i dieci anni dalla nascita – dalla Reggia di Venaria Reale, nel “suo” Piemonte, in provincia di Torino, città simbolo dell’Unità d’Italia, di cui proprio quest’anno ricorrono i 150 anni (ricordiamo che Roberto fa parte del Comitato per le Celebrazioni di questo evento).
Una Reggia: quale location migliore per ospitare il Re della Danza e la sua “corte”, primi ballerini provenienti da importanti compagnie europee, alcuni che lo accompagnano da anni, altri che si aggiungono lungo il percorso, insieme per creare atmosfere suggestive, di grande impatto artistico ed emotivo.

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Il programma recitava “inizio alle ore 21.00”, ma sembrava davvero troppo presto per poter godere dei giochi di luce che promettevano i grandi fari e gli occhi di bue posizionati tutt’attorno al palco: il cielo era ancora luminoso ed il sole stava tramontando lentamente dietro la catena delle Alpi che, con il Grand Parterre Juvarriano, facevano da cornice al grande palcoscenico.

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In effetti lo spettacolo è iniziato circa alle 21.45, ma l’attesa è trascorsa veloce. Dalla nostra prima fila di platea, un po’ laterale rispetto al palco, abbiamo potuto assistere “in presa diretta” ai preparativi per l’imminente inizio: la pulizia del palco, il perfezionamento delle luci, i contatti tra gli addetti alla security, l’arrivo di cameramen e fotografi, il riscaldamento degli artisti davanti ai loro camerini, posizionati al di là di una fitta rete verde, ma parzialmente visibili dai nostri posti.
Leggiamo anche, naturalmente, il programma della serata e le biografie di alcuni danzatori meno noti (almeno a me): i brani sono, come sempre, accattivanti e alcuni mi incuriosiscono.
Rispetto ai Gala degli anni precedenti, Roberto sta privilegiando soprattutto il repertorio moderno, certo più adatto ad un pubblico eterogeneo e, spesso, digiuno di danza come quello “estivo”.
Ma…partiamo con lo spettacolo! Il cielo si scurisce, si accendono tenere luci e noi delle prime file applaudiamo Roberto, che non è in scena ma si intravede dietro le grandi impalcature, mentre si scalda eseguendo passi di danza nei panni di Frédéri.
Il primo pezzo è tratto, infatti, dalla struggente e passionale Arlésienne (cor. di Roland Petit, musica di Georges Bizet). Roberto e Sabrina Brazzo, Prima Ballerina del Teatro Alla Scala, sono ormai in perfetta sintonia nella loro interpretazione della delicata ed innamorata Vivette e del sofferente e disperato Frédéri. Ancora una volta la musica impetuosa dell’a solo di Roberto è tutt’uno con il suo sguardo allucinato, perso in un vuoto popolato da visioni spettrali, con i muscoli tesi in una danza travolgente, ebbra d’amore senza speranza e di dolore, che culmina nella decisione estrema del salto nel vuoto al di là della buia finestra.
Adoro questo personaggio di Roberto e mi ritrovo ancora a trattenere il fiato di fronte alla sua interpretazione da brivido.
Subito dopo Mono Lisa (cor. di Itzik Galili, musica di Thomas Hofs). Galili, giovane danzatore e coreografo isreliano, si sta imponendo sulla scena internazionale per le sue particolari creazioni dal fascino surrealista, che miscelano sapientemente influenze cinematografiche e teatrali e che richiedono agli interpreti energia, velocità, tecnica, senza tralasciare però la morbidezza del movimento.
Interpreti eccezionali Alicia Amatriain – spagnola, Prima Ballerina dello Stuttgarter Ballett – dalle stupefacenti doti acrobatiche, e Jason Reilly – canadese, Primo Ballerino della stessa Compagnia – altrettanto mozzafiato nella sua esibizione. Applausi a non finire hanno premiato questi due artisti che, lo vedremo in seguito, sono di livello elevatissimo.
Il terzo pezzo è Ouverture (cor. di Arsen Mehrabyan, musica di Gioachino Rossini), eseguito dagli armeni Arman Grigoryan e Vahe Martirosyan, Primi Solisti dello Zurcher Ballett. Loro sono molto bravi, dal punto di vista sia tecnico che interpretativo. La coreografia non suscita invece grandi entusiasmi.
Il secondo pezzo proposto da Roberto (quarto nella scaletta) è la dolcissima e sensuale Petite Mort (cor. di Jiri Kyliàn, musica di W. Amadeus Mozart). Ancora una volta partner di Roberto Bolle è Natascia Novotna – già facente parte della Compagnia di Jiri Kyliàn, ora ballerina free-lance e co-fondatrice della Compagnia 420PEOPLE con sede a Praga.
Questa è una delle interpretazioni di Roberto che preferisco; la ricordavo dal Gala dello scorso anno a Venezia, ma in questa occasione mi è parso ancora più profondamente coinvolto dall’atmosfera erotica, aggressiva e delicatissima al contempo, che fa di Petite Mort un capolavoro di lirismo e poesia in danza.
Travolgente, ironico e molto fisico il successivo Ballet 101 (cor. e musica di Eric Gauthier) che, come spiega il coreografo con la sua voce fuori campo che accompagna i movimenti del ballerino per tutta la durata del pezzo, indica il numero delle posizioni della danza classica. Interprete uno scanzonato e resistente Jason Reilly, che accompagna la sua esibizione con grandi sorrisi e sbuffi (finti?) di fatica, terminandola con la 101esima posizione: steso a terra, sfinito per l’incessante susseguirsi delle posizioni e di tutte le loro varie combinazioni. Applauditissimo ancora una volta il giovane Jason, che si è rivelato un po’ la “seconda star” della serata.
Ci tengo a spendere qualche parola per questo giovane coreografo canadese, Eric Gauthier. Solista allo Stuttgarter Ballett, debutta come creatore di balletti nel 2005. Nel 2007 crea la Gauthier Dance, Compagnia di Danza residente presso il Theaterhaus di Stoccarda: alla prima esibizione, nel gennaio 2008, ottiene grandissimo successo di critica e successive 18 rappresentazioni sold out.
Ma Gauthier è impegnato anche socialmente nei confronti dei più disagiati. La Gauthier Dance Mobil crea un repertorio specialistico per persone e bambini affetti da disabilità psichiche o fisiche, malati di Alzheimer o altre forme di demenza, persone in terapia riabilitativa, bambini e giovani con disagi sociali ospitati presso centri specialistici.
Oltre a questo, una carriera da musicista. Nel 2001 ha formato una band con altri tre musicisti, per la quale egli compone, scrive i testi canta e suona la chitarra. Nel 2004 e nel 2007 sono usciti i primi due CD.
Il classico viene ripreso nel brano seguente, Romeo e Giulietta (cor. di John Cranko, musica di Sergej Prokofjev), con protagonisti due danzatori a me sconosciuti: Elisabeth Mason e Marijn Rademaker, Primi Ballerini dello Stuttgarter Ballett.
Inediti Romeo e Giulietta biondissimi, hanno dato volto e corpo al tenero amore degli sfortunati amanti di Verona, con abilità interpretativa e ottima tecnica. Molto apprezzato, in particolare, Rademaker, che susciterà anche in seguito grande entusiasmo.

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E ora… di nuovo Roberto e di nuovo un pezzo da me (e non solo da me!) amatissimo: l’intenso e suggestivo Canon in D Major (cor. di Jirj Bubenicek, musica di Johann Pachelbel e Otto Bubenicek), interpretato, oltre che da Roberto Bolle, dai già noti Arman Grigoryan e Vahe Martirosyan.
Grazie a questo brano, lo scorso anno ho “conosciuto” i gemelli Bubenicek, grandiosi nel fisico e nella performance, ma anche questi altri due interpreti (già esibitisi più volte nel Canon) sono stati grandi; mi è piaciuto in particolare Vahe Martirosyan, per il viso molto intenso ed i movimenti decisi e armoniosi.
Roberto però…. Un connubio splendidamente riuscito, del tutto naturale e spontaneo, tra la forza, la fisicità, l’energia e la delicatezza, la soavità e l’eleganza di ciascun gesto, di ciascun movimento. E’ poesia allo stato puro, incarnata in un corpo che unisce la plasticità della scultura alla morbidezza di linee della pittura ottocentesca.
Segue un passo a due tratto da Bella Figura, capolavoro di Jiri Kyliàn (musica di Alessandro Marcello), con Natascia Novotnà accompagnata da Vàclav Kunes, nato a Praga, fino nel 2004 nella Compagnia di Jiri Kyliàn, quindi ballerino e coreografo free-lance; ha creato con Natascia la Compagnia 420 PEOPLE.
Vidi l’intero balletto nel maggio 2009, per la prima volta rappresentato nel Teatro Alla Scala in una serata che aveva come titolo Trittico Novecento (e seguito da Apollo di Balanchine e Voluntaries di Glenn Tetley). E’ stato proprio allora che ho iniziato ad uscire dai rigidi canoni della danza classica e ad apprezzare anche la danza moderna.
Bella Figura, molto suggestiva sia nella musica che nella coreografia che nei costumi (essenziali ma pregni di significato, anche nella semi-nudità dei danzatori), “contiene la quintessenza del tocco di Kyliàn”, come lessi in una critica: “Fluidità dall’intrico, semplicità dal complesso, virtuosismo dalla purezza, sensualità dall’equivalenza del rapporto uomo-donna, delizia dal nervosismo, velocità dal rallentare, acciaio nella gomma delle membra, unità dalla diversità”. Kyliàn dice che Bella Figura riguarda il mostrare la parte migliore, fa fuoriuscire il bello e la naturalità del gesto, sempre e comunque, senza distinzione fra uomo e donna, per contrastare la bruttura della realtà in cui viviamo.
Il pas de deux di Natascia e Vaclav è estratto dalla quinta parte delle dieci di cui è composta l’opera: i danzatori, in costumi rossi e neri, prendono e lasciano i loro corpi in una sfida di grazia, sensualità, potenza muscolare, passi felini, alla ricerca della bellezza assoluta del movimento,
Gli applausi per i protagonisti dimostrano il profondo apprezzamento di quel gusto lirico e sensuale che fa da filo conduttore di tutta la creazione.
E’ poi la volta di My Way (cor. di Stephan Thoss, musica di Enrico Mazzotti e Frank Sinatra): accompagnati dalla voce da brivido di Sinatra, Marijn Rademaker e Jason Reilly, strappano consensi e applausi prolungati al pubblico, intrecciando gli eleganti corpi in camicia e pantaloni bianchi in una coreografia energica e poetica, interpretata al meglio soprattutto dal biondissimo ed etereo Marijn.
Ancora una volta, chiusura ad effetto con Le Grand Pas de Deux (cor. di Christian Spuck, musica di Gioachino Rossini), reinterpretato in chiave ironica da Alicia Amatriain e Roberto Bolle.
Alicia, in tutù bianco, coroncina, occhialini neri di strass e borsettina rossa scintillante, interpreta la parte della ballerina svampita dalla tecnica che lascia parecchio a desiderare; Roberto quella del “primo della classe”, che mette in mostra la sua perfezione, dovendo però andare a “recuperare” qua e là la sua partner, arrivando a trascinarla sul palcoscenico per i piedi. Come sempre, questo pezzo strappa risate e applausi a non finire, con gli interpreti che si divertono forse più del pubblico e che vengono accompagnati dalle ovazioni fino alla fine della loro esibizione, soprattutto a partire dai mitici, interminabili, perfetti giri alla seconda di Roberto.

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Il tempo è passato velocissimo: poco meno di un’ora e mezzo, senza intervalli, di danza ad altissimo livello, di simpatia, di generosità da parte di questi artisti, che una volta di più ci hanno regalato momenti indimenticabili.
Al termine dello spettacolo, buona parte del pubblico è in piedi, sotto il palcoscenico, per poter applaudire, salutare, fotografare, acclamare tutti gli artisti: è il nostro splendido Roberto che trascina per mano i suoi Friends più volte sul proscenio per raccogliere i meritatissimi applausi.

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Ma è soprattutto lui che il pubblico vuole, chiamandolo più volte a gran voce e, come sempre, Roberto non si risparmia: nel suo abbagliante costume bianco, con il corpetto tempestato di strass luminosi come i suoi occhi, torna diverse volte a salutarci e ringraziarci, salutando con la mano e sorridendo, lasciando scorrere su tutti noi uno sguardo intenso e pieno di gioia.

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Poi le luci si spengono: è ora di andare, purtroppo. Ma è anche ora di aspettare l’uscita degli artisti, nonostante la security ci dica che verranno delle macchine a prenderli davanti ai camerini e quindi non usciranno a piedi. E’ comprensibile: per arrivare al cancello d’uscita si deve percorrere un bel tratto di strada sterrata ed è abbastanza inconcepibile che, una persona a caso, Roberto Bolle, si metta a camminare tranquillamente fino alla macchina parcheggiata all’esterno in mezzo a decine di fans. A pensarci bene, quando esce dai teatri lo fa, ma qui….la cosa mi sembra un po’ fuori luogo.
In ogni caso decido di attendere lo stesso un pochino, anche perché la rete verde che ci separa dai camerini non è così fitta e lascia intravedere al di là: il camerino di Roberto è il primo accanto alla rete e possiamo seguire la processione dei genitori e dei molti parenti che, accompagnati da Emanuela, entrano per salutare la star di famiglia.
Roberto si mostra ancora una volta disponibile nei confronti dei suoi fans, dando l’impressione di spiacersi un po’ per questa “mancanza di contatto” con noi, diventata ormai una normale e attesa chiusura di serata: prima di andarsene, infatti, si ferma accanto ad un pertugio leggermente aperto fra una parte di rete e l’altra e firma alcuni autografi a chi gli lancia, nel vero senso della parola, foglietti e programmi e penne. Qualche ragazza, estasiata, urla: “Mi ha fatto l’autografo!!!” , qualcuno si allunga con la macchina fotografica in punta di dita e cerca di scattare foto sicuramente artistiche (quasi al buio, di sbieco, in mezzo alla folla).
Ormai sto facendo l’abitudine a questi momenti di concitazione – anche se l’ “effetto Bolle” non accenna a diminuire – e non me la sento più di accalcarmi con la folla, anche quando è poco numerosa come quella di questa sera: sebbene a malincuore, decido di allontanarmi e di lasciare il posto a chi, probabilmente, vede Roberto questa sera per la prima e, forse, unica volta.
Il Divino se ne va uscendo dal “recinto” su un pullmino, seduto a fianco dell’autista, salutandoci con la mano e lasciandoci il suo sorriso splendente e i suoi occhi verdi ad illuminare la nostra strada buia verso casa.
Ancora e sempre grazie per questi momenti di magia sotto il cielo stellato del Piemonte.”

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