Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Memories… Amori d’Oriente: La Bayadère

Rispolverando vecchi articoli dei miei blog precedenti, il ricordo di uno dei primi balletti cui ho assistito alla Scala.
Quanta tenerezza e quanto incanto in queste parole!
Ora, dopo anni, molto è cambiato, con naturalezza. L’incendio non può divampare in eterno. Ma l’amore per la danza, quello, è cresciuto, è diventato adulto, consapevole, inestinguibile.

E molto di tutto questo è nato da qui.

Milano, Teatro Alla Scala, 20 dicembre 2008.

Dopo il “miracolo di San Roberto” della Dame aux camélias di ottobre, per non essere ripetitiva intitolerò questo nuovo capitolo delle mie emozioni “Miracolo a Milano”, riecheggiando il titolo di un vecchio film ambientato appunto a Milano nel periodo natalizio. E quello che mi è successo la mattina di domenica 21 dicembre ha molto del miracoloso. Ma andiamo con ordine.
Sabato mattina partenza per Milano con in programma, oltre a La Bayadère, la visita a due mostre a Palazzo Reale: Georges Seurat, Paul Signac e i Neo-impressionisti e Magritte. Il mistero della natura. Mentre buona parte del pomeriggio se ne va tra librerie, la prima mostra e la consegna dei fiori per Roberto, l’ansia e la trepidazione crescono a dismisura con l’avvicinarsi delle 20.00.


Il mio posto in seconda galleria non si rivela così negativo: so che passerò due ore e mezza in piedi, ma il calore e l’entusiasmo che mi circondano sono travolgenti, la visuale è perfettamente centrale e il binocolo mi assisterà ancora una volta nei momenti clou dello spettacolo.
La Bayadère: il primo balletto che ho visto, trasmesso in TV poco più di due anni fa, quando di Roberto Bolle conoscevo solo il nome e la bellezza. E’ stata La Bayadère a farmi innamorare del balletto classico, grazie alla musica molto orecchiabile e coinvolgente, ai costumi fiabeschi, agli scenari esotici: per me, digiuna di cultura ballettistica, è stato un approccio molto invitante che mi ha incuriosito e spinto ad approfondire la conoscenza di quest’Arte affascinante. E come non ricordare la bellissima esperienza della Bayadère pietroburghese, con la grande étoile Ulyana Lopatkina (allora per me del tutto sconosciuta) e l’uscita dal Mariinsky col “sole a mezzanotte”?
E’ stata sempre La Bayadère il balletto in cui Roberto mi ha stregato, che mi ha spinto a seguirlo quando possibile nelle sue recite dal vivo e in DVD.
Ripensandoci oggi mi sembra sia passato un secolo da allora… E adesso sono qui, di nuovo alla Scala, per questa Bayadère così ricca di memorie. Ecco allora spiegato il batticuore che non mi lascerà per tutta la sera, spiegate le lacrime sospese tra le ciglia e il dispiacere per il passare troppo veloce dei minuti.
Dopo le prime note che immergono il teatro nell’atmosfera magica e irreale di un’India fiabesca, irrompe sulla scena Roberto, il valoroso guerriero Solor, accolto dal suo pubblico con un caloroso applauso, il primo di una lunghissima serie che lo accompagnerà per tutta la recita.


Ancora una volta mi accorgo di seguire lo svolgersi dell’azione con il respiro sospeso: l’arrivo del Gran Bramino, la danza delle bayadere, l’avanzare sensuale ed elegante di Svetlana Zakharova-Nikiya (anche lei omaggiata da un forte applauso), che suscita la passione del Bramino, e poi il delicato passo a due in cui Nikiya e Solor si dichiarano il loro amore.


Impossibile non notare fin da questi primi passi la maggior maturità interpretativa di Roberto rispetto alla recita scaligera, immortalata in DVD, di due anni fa: domina la scena in modo imperioso, esprime la passione e l’amore con quel nuovo trasporto che ha acquisito nel tempo (relativamente al personaggio che interpreta, che non è certo lo scanzonato, appassionato, sofferente, drammatico, intrigante, indimenticabile Romeo…).
Il suo stupore è sincero quando riceve “in dono” per i suoi servigi la mano della figlia del Rajah; il dolore traspare dal suo viso e dai suoi gesti quando deve, suo malgrado, acconsentire al matrimonio con una donna che non ama; estatico e implorante è il suo sguardo rivolto all’amata Nikiya quando, tra le nebbie dell’oppio, la vede comparire dal Regno delle Ombre.


Gli applausi e i boati di approvazione si susseguono e si ripetono ad ogni pas de deux, ad ogni assolo di Roberto; sono applausi che esplodono sinceri, dirompenti, non solo al termine delle varie sequenze, ma anche nel bel mezzo delle scene.
Particolare quest’ultimo che mi sembra non aver notato spesso nelle recite viste in passato. E non parliamo del “bis” chiesto a gran voce dopo la variazione di Solor del 2° atto: ormai sta diventando un’abitudine chiedere il bis a Roberto, pur sapendo che non sarà ovviamente possibile averlo! Eppure lo si vorrebbe veder ballare all’infinito, per la sua grazia, la sua perfezione tecnica, la sua leggerezza e forza fisica al contempo, il suo viso luminoso e sereno, risplendente di una luce magnetica che solo i grandi interpreti hanno e riescono a trasmettere.
Sono emozioni intense che non riesce, invece, a comunicare in egual misura, secondo me, Svetlana Zakharova. Intendiamoci: io la adoro! Un viso altero e stupendo, sempre rigorosa, perfetta, dotata di una tecnica ineccepibile dalle linee quasi aeree.

La sua danza prima di morire morsa dal serpente ha un che di divino, fa rabbrividire la sua leggerezza, la sua espressione rapita e dolente. E’ una grandissima interprete, ma la natìa Russia sembra averle lasciato una sottile patina di gelo che nemmeno i calorosissimi applausi della Scala riescono a sciogliere, e il suo sorriso risulta a volte un po’ di circostanza.

Più emotiva e sensibile l’argentina Marianela Nunez, stella del Royal Ballet, che è piaciuta tantissimo e sulla quale ho raccolto molti pareri positivi intorno a me.
E’ una Gamzatti decisa a lottare per il suo uomo, pronta a tenere testa alla Bayadère, perfida nel mettere in atto il suo piano di morte. Morbida e vellutata nella danza, cede per un attimo all’emozione quando, al termine di una breve serie di fouettés accompagnati da fragorosi applausi, perde leggermente l’equilibrio. Ma è l’unica sbavatura.


Sempre suggestivo e magico l’atto bianco del Regno delle Ombre, con le figurine eteree che sembrano sfiorare appena il pavimento, facendo dimenticare che si tratta di uno dei pezzi classici di più difficile esecuzione.
Velocemente, troppo velocemente, scorrono le note, e il finale apocalittico con la distruzione del tempio da parte degli dei infuriati per l’uccisione di Nikiya si dissolve lievemente sulle figure della Bayadère e di Solor che danzano insieme, finalmente uniti per l’eternità.


Subito partono gli applausi travolgenti, per tutti gli interpreti: Brian Hewison (il Gran Bramino), Francisco Sedeno (il Rajah), Nino Sutera (l’Idolo d’Oro), Riccardo Massimi (il Fachiro), le Ombre e gli altri Fachiri, e poi Marianela, Svetlana e Roberto.


Per Roberto, il nostro Divino, come sempre, più di sempre, viene giù il teatro. Le tende si chiudono e si aprono più volte, lentamente si accendono le luci in sala, si illumina anche l’enorme lampadario centrale, ma noi non li lasciamo andare via e loro, sorridenti e “guidati” da Roberto, continuano a restare sul palcoscenico e a ringraziare per i meritatissimi applausi, le ovazioni, i flash che continuano a lampeggiare nonostante i moniti delle maschere a non scattare fotografie.

Quasi venticinque minuti di applausi hanno suggellato questo spettacolo ricco di magia e di suggestioni, che mi lascerà per sempre “una luce abbagliante nella memoria”.
Cerco di scendere velocemente le scale per raggiungere l’uscita artisti, ma il “traffico” è rallentato: il teatro era al completo e immagino che anche l’attesa delle star sarà molto affollata. E così è. Poco alla volta l’uscita artisti si riempie di persone e al di là della porta a vetri, complice la temperatura mite, altre persone si accalcano.
Non ci si annoia di certo nell’attesa. Dall’altra parte del bancone mi saluta la ragazzina bionda che incontro spesso dopo gli spettacoli: mi mostra preoccupata un manifesto enorme della Bayadère facendomi capire che non sa dove appoggiarlo per farsi fare gli autografi.
Come sempre sono di fianco alla signora Pia – personaggio emblematico del teatro, sempre in pole position accanto al bancone, che non ho ancora capito come mai conosca tutti in Scala, dalla donna delle pulizie alle étoiles con le loro famiglie, – che ci allieta con qualche retroscena degli ultimi spettacoli.
E poi la signora Vanessa che, durante l’attesa del suo prediletto Massimo Murru dopo la Serata Petit dello scorso settembre, mi ha “tormentato” dicendo a tutti a gran voce che somigliavo tanto ad una sua amica quand’era giovane. Le aveva persino telefonato per dirglielo e mi aveva scattato una foto per mostrargliela. Mi ha fatto molto piacere che, non ha appena mi ha visto, mi abbia consegnato proprio quella foto, con la data, l’evento e come titolo “La sosia”, dicendomi che l’aveva sempre portata con sé alla Scala, certa di rivedermi prima o poi.
Cominciano ad uscire i primi (sconosciuti) ballerini, salutati sempre con molto affetto e trasporto da Pia; quindi arriva Brian Hewison, che cerca di sottrarsi timidamente alla richiesta di autografi, ma Pia ed io lo blocchiamo. Scende poi il carinissimo Gabriele Corrado per il quale, a quanto dice “radio serva”, si sta preparando un futuro luminoso.
Ma il nostro Roberto ancora non si vede….. Dopo un po’ uno degli uscieri – questa sera impegnati a dirigere il traffico caotico dei fans – ci dice che sta facendo un’intervista e ne avrà ancora per un po’. Non importa, come sempre potremmo aspettarlo tutta la notte!
Non passano molti minuti, e scende l’adamantina Svetlana accompagnata dalla madre. Sguardo luminoso, pelle di porcellana, fisico esilissimo, si ferma a lungo per le foto e gli autografi (questa sera con cognome abbreviato in “Zak”) e per sorridere anche a chi insiste a rivolgerle non solo complimenti ma anche lunghi discorsi in italiano, che lei non capisce. Ma dai nostri sguardi traspare solo ammirazione, per cui i suoi sorrisi sono certamente ben riposti.


E Roberto ancora non si vede. Arriva invece una parte cospicua della sua famiglia. Poi, finalmente, il Divino in persona, preceduto dalla sorella Emanuela e da microfoni e telecamere che non cessano di riprendere e registrare anche mentre noi lo applaudiamo e lo “assaliamo”.
C’è un po’ di tensione tra i fans, lo spazio è esiguo e tutti spingono per avvicinarsi a Roberto, le locandine per gli autografi volano al di sopra delle teste e io, letteralmente schiacciata contro il bancone peggio che se fossi in prima fila ad un concerto rock, mi innervosisco per la troppa calca e, sgomitando, mi faccio largo verso l’uscita senza nemmeno aspettare Marianela Nunez.


Una volta fuori riesco finalmente a riprendere fiato e a prepararmi psicologicamente per la foto con Roberto; decido di rinunciare invece a chiedergli la dedica sul suo libro, rimandandola alla prossima occasione.
Passa ancora un po’ di tempo… La nostra étoile è circondata da una folla adorante e pressante che non gli permette di uscire e lui, sempre dolce e disponibile, non si sottrae certo a complimenti, foto, strette di mano, dispensando a tutti i suoi grazie e i suoi sorrisi disarmanti.
Eccolo, finalmente! “Ciao Roberto, posso chiederti una foto?” Il suo braccio stretto intorno alle spalle provoca sempre un frisson nel cuore, dà un senso di protezione e non puoi non sentire di avere vicino una persona unica. Al contempo hai la sensazione di condividere una piccolissima parte di vita con un amico speciale, lontanissimo dal famoso ballerino-modello-testimonial della moda e della pubblicità che spesso appare sulle riviste ritratto dai più grandi fotografi del mondo in foto sofisticatissime. Poi ti guardi intorno, vedi tutta la gente, i flash, le telecamere, i microfoni, gli enormi mazzi di fiori, e ti chiedi a cosa starà pensando, di cosa starà parlando mentre si allontana [omissis]. Divismo e quotidianità: non credo sia facile, arrivati a questo livello, gestire uno stile di vita scintillante mantenendo quell’umiltà e quella semplicità che Roberto sembra non aver perso. Forse serve davvero quella forza e, soprattutto, quella caparbietà che lui dice essere il suo principale pregio e difetto.


Meditabonda torno in albergo, con il cuore in sospeso e un po’ di immotivata insoddisfazione e tristezza.
Il mattino seguente, ormai tranquilla, mi dirigo subito a Palazzo Reale per la visita alla seconda mostra del mio programma. Passando davanti al teatro ripercorro con la memoria i bei momenti della sera precedente e le prime due ore della mattina passano in serenità. Ma il destino ha in serbo una sorpresa per me….
Intorno alle 11 decido di dare un’occhiata al bookshop della Scala (dove, tra l’altro, ci sono delle foto molto belle – e molto costose – di Roberto) e, uscendo, vedo due uomini alla mia sinistra e sento dire: “Ciao Roberto, tutto bene?”, a cui una voce dolcemente nota risponde: “Si, bene, grazie.” Da quel momento tutto avviene come in un sogno. Mi rendo conto che è proprio il “mio” Roberto quel ragazzo che mi passa accanto con un berrettino nero di lana calato sulla fronte, jeans, giubbotto di pelle e occhiali scuri. Mentre cerco di non perderlo di vista, sento qualcuno che dice: “Ma quello è Roberto Bolle!”, ma noi siamo ormai lontani. Sfilano le strade, scorrono le auto, attraversiamo la strada in mezzo al traffico; io cammino dove cammina lui, certa che non mi accadrà nulla, incurante dei semafori rossi e dei tram sferraglianti. Per fortuna, dopo aver svoltato in una traversa di Via Manzoni, Roberto rallenta il passo e si guarda tranquillamente intorno: bluetooth all’orecchio, prova più volte a telefonare a qualcuno che, probabilmente, non risponde. Io non oso fermarlo ora, anche se ormai gli sono vicinissima; temo di disturbarlo e quindi gli trotterello dietro ancora qualche minuto. Passate Via Montenapoleone e San Babila, Roberto rinuncia alla sua telefonata e sento che il mio momento è arrivato: ora o mai più! A dire la verità ho un ricordo un po’ confuso di quei pochi minuti, tanta era l’emozione di potergli parlare a tu per tu. Ricordo la sua prima espressione un po’ stupita e quasi timorosa, poi il suo ampio e dolcissimo sorriso al ricordo della sera precedente e al mio entusiasmo nel dirgli che era così bello poterlo salutare con un po’ di tranquillità; il suo grazie per i complimenti e il suo “Ah, sì sì, l’ho visto.” riferito al mio libretto, e la promessa di leggerlo.
Poi ci siamo abbracciati, baciati sulle guance e scambiati gli auguri di Natale. Sono sicura di avergli detto qualcos’altro appoggiandogli una mano sul braccio prima di lasciarlo, ma cosa….? L’ho dimenticato. Così come ho dimenticato di chiedergli una foto o di fargliene una anche da lontano, in ricordo di questo incontro memorabile. E allo stesso modo non ricordo come mi sono trovata seduta in Piazza Duomo, cercando di smaltire la tensione, emozione e gioia di quei pochi minuti. Avevo il cuore gonfio e dolorante per qualche cosa che non riuscivo ancora a realizzare, ma che ho capito qualche giorno dopo, leggendo questi versi di un’antica poesia cinese:

«La luna appare come un uncino.
Fiori solitari bloccano l’autunno terso
nell’ombroso cortile.
Ciò che non può essere tagliato,
né districato,
è il dolore della separazione:
per il cuore
non v’è nulla di paragonabile.»

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5 commenti su “Memories… Amori d’Oriente: La Bayadère

  1. Rosemary3
    settembre 2, 2012

    Come fare a meno dei tuoi splendidi post, Manu cara…
    Un abbraccio
    Ros

    Mi piace

  2. She
    settembre 30, 2012

    Ciao …un saluto da una ex Splinderiana.

    Mi piace

    • ilpadiglionedoro
      ottobre 7, 2012

      Ciao e grazie per essere passata tra le mie pagine! Io ho ancora un po’ di nostalgia di Splinder… ora vengo da te.

      Mi piace

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