Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

The Abramovic Method – Quando il pubblico diventa perfomance

“Presenza.
Essere presenti, per lunghi spazi di tempo,
finché la presenza sorge e cade,
dal materiale all’immateriale,
dalla forma all’assenza di forma,
dal tempo all’assenza di tempo”

Affascinata ed incuriosita da questa ipnotizzante artista che sta seducendo pubblico e mass media di tutto il mondo con le sue performances, ho deciso di dedicare due ore della mattinata del 4 maggio scorso alla partecipazione al suo nuovo lavoro, il primo dopo la retrospettiva del 2010 al MoMA di New York: “The Abramovic Method”, al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.
Naturalmente Marina ha presenziato solo alle prime tre giornate, mi pare (ora ci sono degli “assistenti”), e la sua presenza è stata certamente un valore aggiunto della performance. Tutto esaurito in quei giorni…
Arrivo al PAC con il tassativo quarto d’ora d’anticipo sull’ora stabilita, compilo una scheda con i miei dati, prometto solennemente di non abbandonare l’esperimento fino alla sua conclusione (durata totale: due ore) ed una liberatoria in cui autocertifico di non portare pace-maker, di non soffrire di gravi malattie, crisi di panico, claustrofobia e quant’altro. Cercando di scherzare chiedo spiegazioni ad un assistente …ansia e claustrofobia ogni tanto si fanno sentire… Ma mi dicono che è solo un pro-forma. Firmo, sotto la mia responsabilità.
Mentre attendo gli altri partecipanti, leggo qualche nota sull’artista: “Icona di tutte le forme di espressività legate al corpo, Marina Abramovic è oggi uno dei protagonisti più affascinanti e magnetici del nostro tempo, dalla cui vicenda artistico-esistenziale è imprescindibile la storia stessa delle arti performative. Pioniera della performance dagli anni ’70, premiata con il Leone d’Oro alla Biennale del 1997, l’artista ha spesso superato i propri limiti fisici e psicologici, ha messo in pericolo la sua incolumità, infranto schemi e convenzioni, scavato nelle proprie paure ed in quelle di chi la osservava, portando l’arte a contatto con l’esperienza fisica ed emotiva, collegandola alla vita stessa. Il comune denominatore di tutti i progetti, ideati e realizzati da Marina Abramovic durante la sua lunga carriera di protagonista della performance art, è la continua tensione verso la propria crescita interiore come persona e come artista.
“The Abramovic Method” nasce in particolare da una riflessione che Marina Abramovic ha sviluppato partendo dalle sue ultime tre performances: “The House With the Ocean View” (2002), “Seven Easy Pieces” (2005) e “The Artist Is Present” (2010), esperienze che hanno segnato profondamente il suo modo di percepire il proprio lavoro in rapporto al pubblico e che hanno agito da catalizzatori della maggior parte dei cambiamenti nella sua vita professionale e privata.”
Il percorso del Method è ottimizzato per 21 partecipanti: il nostro gruppo è formato solo da sette persone, e le sale sono quasi deserte.
I tre assistenti ci fanno accomodare in un primo spazio dove riponiamo giacche, borse e oggetti vari in cassettine di sicurezza e quindi, dopo aver indossato dei camici bianchi, ci sistemiamo su sedie pieghevoli molto rilassanti; a questo punto viene proiettato un video nel quale la Abramovic ci accoglie raccontandoci del suo progetto. Tocca quindi a due coreografe che ci guidano nell’esecuzione di alcuni esercizi motori e di respirazione, finalizzati all’apertura di corpo e spirito, per essere pronti ad accogliere l’energia che verrà trasmessa dagli oggetti che incontreremo durante il percorso.
Al termine, suddivisi in tre piccoli gruppi e dopo aver indossato ciascuno un paio di cuffie per isolarci da ogni rumore esterno, veniamo accompagnati alle nostre postazioni.

Marina-Abramovic-The-Abramovic-Method-Pac-Milano-marzo-2012

 

La prima installazione che sperimento è una sedia realizzata in legno, quasi un trono: ha infatti enormi cristalli di quarzo bianco come piedi e, a fianco, un’altra sedia identica, più piccola: per lo spirito, mi spiega l’assistente. Ci era stato suggerito di tenere gli occhi chiusi, concentrarsi sul proprio respiro e lasciarsi cullare dal suono ritmico di un metronomo, unico rumore esterno chiaramente percepibile attraverso le cuffie. I primi dieci minuti non sono molto tranquilli per me: l’immobilità forzata, il quasi totale silenzio, il rintocco ossessivo del metronomo, il battito del cuore amplificato dalle cuffie, mi procura ansia anziché tranquillità. Solo verso la fine dei venti minuti previsti per questa prima parte riesco a concentrarmi sul nulla e a percepire un lieve alito d’aria sul viso: immagino sia il mio spirito che esce da me per accomodarsi sulla seggiolina a fianco.


Un lieve tocco sulla spalla mi riporta alla realtà e alla seconda installazione: una struttura verticale in rame che sorregge un grande magnete, sotto al quale mi posiziono e resto immobile, sempre con gli occhi chiusi. Questa parte è un po’ più “impegnativa” poiché si è in piedi e venti minuti trascorrono molto lenti. Ma mi sento decisamente più a mio agio di prima e riesco a liberare la mente. Quando socchiudo per un attimo gli occhi, vedo un paio di “visitatori” che ci stanno guardando attraverso un telescopio.
Questo, infatti, è il secondo aspetto del “metodo Abramovic”: gli “spettatori” possono osservare a distanza i “partecipanti” attraverso una serie di telescopi, potendone così cogliere i minimi movimenti degli occhi, il variare delle posizioni del corpo, gli impercettibili cambiamenti nell’espressione del viso.
Nel preciso istante in cui avverto lo sguardo che dal telescopio arriva a me, capisco il mio ruolo: sono uscita da me stessa per diventare opera d’arte, una sorta di futuristica Gioconda in camice bianco e grandi cuffie alle orecchie… Conscia di essere decisamente meno affascinante ed enigmatica  di lei, cerco di assumere un’espressione compunta e di calarmi nel ruolo. Ma è solo un attimo, e gli “spettatori” già se ne sono andati. Capisco allora il senso importante della presenza di un “pubblico” a questa performance: solo attraverso uno sguardo “altro” avviene la completa realizzazione del “metodo”, grazie allo scambio di esperienze tra osservato e osservante, che avviene tramite uno sguardo percepibile anche e ancor più nella completa immobilità e astrazione del corpo e della mente. Purtroppo il “pubblico” è oggi scarsissimo e mi rendo conto che questa è una grande perdita per la completezza dell’esperienza.


Terza ed ultima fase: l’assistente mi accompagna verso un letto in legno con un cristallo di quarzo nero posizionato al di sotto. Questa risulterà essere la parte più rilassante del percorso: anche se il “letto” non è ovviamente comodo, la posizione supina favorisce il relax e rischio di addormentarmi, ormai cullata e non più irritata dal rintocco del metronomo.

abramovich_method_milano
A malincuore, dopo questi ultimi venti minuti, lascio la postazione e mi unisco al mio gruppo per togliere camice e cuffie ed accomodarmi nuovamente sulla sdraio: ci è richiesto di annotare le nostre impressioni su di un blocnotes, e le parole fluiscono senza sforzo alcuno.
Lascio controvoglia questo spazio ovattato per visitare la parte espositiva, questa volta io “spettatore”. Infatti, nella galleria al piano superiore è esposta una selezione di lavori della Abramovic basate sullo stesso principio del “Method”, lavori che “illustrano anche il passaggio dell’artista ad una dimensione meditativa, volta alla ricerca di un’espansione della percezione”.
Dal dépliant illustrativo: “The Confession” (2010) e “Conjunction” (1983), due lavori autobiografici, racchiudono questa selezione.

 

“Nightsea Crossing” (1981-1987), performance realizzata con il suo collaboratore performer Ulay, servì come ispirazione per il poderoso “The Artist Is Present” (2010). Nei tre recenti lavori ispirati da Santa Teresa (2009), Abramovic sperimenta l’elevazione mistica e sostiene che questa trascendenza fisica, mentale e spirituale sia accessibile ad ogni individuo. “Nude with Skeleton” (2002-2005) e “Cleaning the Mirror” (1995) condividono il catartico, e spesso estremo, rituale di purificazione.

 

Lavori come “Stromboli” (2002) e “Dozing Consciousness” (1997) testimoniano l’uso terapeutico ed energetico rispettivamente dell’acqua e dei cristalli. “Dragon Head” (1990), dall’evidente simbologia legata alla Medusa, si riferisce all’idea che i serpenti sappiano muoversi lungo i punti energetici del pianeta. Tutti i lavori in questa sezione sono caratterizzati da una contaminazione di saggezze arcaiche e di inquietudini della realtà contemporanea.”
Dopo aver ricevuto il mio bel certificato firmato dall’artista, che mi ringrazia per la fiducia ed il tempo che le ho concesso e che testimonia l’acquisizione del Metodo, quando riprendo la strada il caos della città mi infastidisce. Cammino e mi interrogo, come credo molti, se questa sia Arte. Secondo Marina Abramovic “l’espressione artistica può essere qualunque cosa purché riferita all’arte visiva ed espressa in un contenitore artistico”. Nel suo caso mi trovo d’accordo: Arte come espressione dell’Io più profondo, come tentativo di mettersi in collegamento con l’intimità della Natura e dell’animo umano, come esibizione. Perché non c’è Arte senza un pubblico con cui relazionarsi e stabilire una corrispondenza e un flusso energetico, che può suscitare reazioni positive o negative, ma che non può lasciare indifferenti.

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Un commento su “The Abramovic Method – Quando il pubblico diventa perfomance

  1. Rosemary
    Mag 16, 2012

    Un post davvero interessante, Manu…
    Un abbraccio, ringraziandoti di esserci…
    <ros

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il Mag 11, 2012 da in Arte, Mostre con tag , , , , .
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