Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Serata Forsythe: concatenazioni secolari ricomposte in un lessico nuovo

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Sabato 18 settembre 2010. Giornata prevista piovosa e fresca. Milano invece mi accoglie con un timidissimo sole ed una temperatura gradevole, a dispetto della pioggia che mi ha accompagnato per buona parte del breve viaggio in treno.
Sono qui per la terza recita della Serata Forsythe, che vede rappresentati, per la prima volta insieme al Teatro Alla Scala, tre capisaldi della produzione del danzatore-coreografo americano William Forsythe (sul quale ho scritto brevemente nell’articolo precedente). Due sono infatti nuove produzioni del Teatro Scaligero, Artifact Suite ed Herman Schmerman; la terza in programma, In the Middle, Somewhat Elevated, fu rappresentata per la prima volta in questo teatro nel 1998, proprio l’8 settembre.
I miei sentimenti nei confronti dello spettacolo che mi appresto a vedere sono contrastanti e, mentre passeggio per Milano, rispecchiandomi nelle vetrine dei negozi eleganti, annusando l’inconfondibile odore della carta stampata nelle librerie dove inevitabilmente faccio acquisti e visitando la mostra “Il costume veste la musica. L’atelier del teatro Alla Scala” allestita presso il Museo della Moda e del Costume di Palazzo Morando, non sono del tutto certa che apprezzerò le coreografie moderne di Forsythe. Mi sono però imposta, da un po’ di tempo a questa parte, di “aprirmi” all’arte contemporanea che, pur non incontrando il mio favore, riesce talvolta a stupirmi e ad incuriosirmi, anche se non ad emozionarmi. E comunque, essendo un prodotto del tempo in cui vivo, non può essere trascurata. Inoltre (sarò sincera, questo è il motivo principale che mi ha portato qui) con questo spettacolo Roberto Bolle ritorna sul palcoscenico della Scala dopo dieci mesi di assenza e non potevo non dargli il benvenuto. Purtroppo, invece, da qualche giorno è apparsa la notizia che, per motivi personali, non si esibirà Svetlana Zakharova: davvero un peccato! In compenso ci saranno i principali danzatori del Teatro, sia del Corpo di Ballo che primi ballerini.
Come sempre entro in sala con parecchi minuti di anticipo e, ancora una volta, l’emozione mi prende alla gola mentre attraverso il foyer, percorro i corridoi che portano alla platea, ammiro il fasto e la maestosità dell’architettura interna del Piermarini e provo ad immaginare cosa possano provare, un piccolo uomo o un piccola donna, sul grande palcoscenico di fronte a tale splendore di ori e velluti rossi e pubblico plaudente. Qualcuno mi ha detto che, al momento di entrare in scena, a tutti si ferma il cuore per un attimo, anche agli artisti più ricchi di esperienza: non stento a crederlo!
Ma ecco… le luci si abbassano per la seconda volta… pochissimi minuti ancora e il sipario si alzerà su quella che, ne sono certa, sarà di nuovo una magia, sempre nuova e sempre diversa, ma comunque avvincente ed appassionante: la magia della danza.
Artifact Suite, “un distillato ma anche una nuova versione di Artifact”, propone due coppie di ballerini che eseguono vari pas de deux e coreografie d’insieme che vedono impegnata buona parte del Corpo di ballo. La prima parte del balletto è accompagnata dalla Ciaccona BWV 1004 (Partita per violino solo n. 2 in re minore) di J. S. Bach, inconfondibile Bach… E’ qui che le due coppie principali eseguono i loro splendidi pas de deux, mentre vengono illuminate da fasci di luce abbaglianti, scompaiono ai lati del palcoscenico o vengono all’improvviso celati al pubblico dalla caduta del sipario. Molto bravi la solista Emanuela Montanari e Gabriele Corrado; ancora meglio, secondo me, la seconda coppia, formata dalla solista Beatrice Carbone e da Eris Nehza. La prima, interprete delicatissima e raffinata, che avevo molto ammirato nel ruolo di Villi nella strepitosa Giselle del novembre scorso, il secondo ballerino preciso e di classe.

Beatrice Carbone ed Eris Nehza (ph. Teatro Alla Scala)

Nella seconda parte il ritmo ossessivo e teso della musica di Eva Crossmann_Hecht sottolinea le scene corali, di forte impatto visivo, ma a tratti un po’ confuse, a causa forse della presenza sul palcoscenico di un così gran numero di danzatori.

Simona Chiesa e il Corpo di ballo (ph. Teatro Alla Scala)

Mi ha piacevolmente colpito, in questo primo balletto così come nel successivo, l’evidente base accademica di ogni coreografia, con grande uso di punte, ports de bras e figure tipiche della danza classica, riscritte e riviste per arrivare ad una decostruzione dell’equilibrio classico: gesti e figure ossessivamente ripetuti dal Corpo di ballo, su indicazione di una “istruttrice”; movimenti netti eseguiti con la precisione di un’arte marziale. “Il soggetto della danza è la danza classica stessa. Tuttavia le concatenazioni secolari, inscritte nei corpi dei danzatori, sono squassate e ricomposte in un lessico nuovo, atomizzato, lanciato nello spazio vuoto in maniera apparentemente casuale”.
Molti applausi, meritati, per tutti.
Atteso, attesissimo, il secondo pezzo della serata, Herman Schmerman, che vede come protagonisti del pas de deux la prima ballerina Marta Romagna e l’étoile Roberto Bolle.
La prima parte è però un quintetto, splendidamente interpretato da Daniela Cavalleri, Maria Francesca Garritano, Luana Saullo, Federico Fresi e Francesco Pio Ricci, membri del Corpo di ballo. La musica di Thom Willems è una piacevole scoperta, a tratti tesa e dura, a tratti armoniosa e con venature quasi orientaleggianti; molto piacevole nell’insieme.

D. Cavalleri, L. Saullo, M.F. Garritano (ph. Teatro Alla Scala)

Stupenda l’esibizione dei ballerini, in costume nero firmato Gianni Versace-William Forsythe: movimenti esasperati, sciancrati all’estremo, dove i danzatori danno prova di grande virtuosismo e velocità, in sintonia con la frenesia del mondo moderno.
Grandissimi applausi per i cinque interpreti, che si sono dimostrati all’altezza del difficile compito di impegnare il corpo ai limiti delle proprie capacità ginniche e atletiche, senza però perdere mai di vista l’essenziale componente armonica che non può non caratterizzare la danza.
Quando si arriva al passo a due del gran finale ed entra in scena l’attesissimo Roberto Bolle, ogni respiro nella sala diventa più sommesso, ogni rumore si ferma, il tempo resta sospeso per tutta la durata di questa seconda parte.

Marta Romagna e Roberto Bolle (ph. Teatro Alla Scala)

Marta e Roberto, inizialmente in look total black, con corpetto trasparente lei, t-shirt e pantaloni lui, si scontrano/incontrano tra pose plastiche e figure che travalicano ogni normale punto d’equilibrio del corpo: Marta, flessuosa e con ogni fibra tesa a dismisura; Roberto, forte e sinuoso, dalle movenze feline.

Anche qui cala il sipario. Quando si riapre, qualche cosa cambia e si scopre una maggior dolcezza nel movimento. Entrambi i danzatori indossano una gonnella a pieghe giallo-oro, quasi a voler cancellare la differenza fra i due sessi, e un’ironica complicità si insinua fra i loro passi e scorre sui loro volti, prima molto seri, ora sorridenti e quasi divertiti.


Una sottile spiegazione la possiamo trovare leggendo il commento del critico di danza Marinella Guatterini: “Herman sta per her man (“il suo uomo”, in inglese), mentre sch mer man sta per “superuomo (in tedesco), con annesso quel sch, che ricorda il she inglese, ovvero ella”, ad indicare questa fusione tra maschile e femminile.
Alla fine il grande respiro del teatro si scioglie in un applauso lunghissimo, per Marta e Roberto in particolare, ma anche per gli altri cinque bravissimi danzatori. Flash e applausi richiamano più volte i protagonisti sul proscenio, per un balletto veramente molto suggestivo, che ho apprezzato ben oltre quanto mi sarei aspettata.
Troppo presto si riaccendono le luci in sala per il secondo intervallo e per me arriva il momento di lasciare il teatro.


Avevo già deciso, infatti, di rinunciare all’ultimo pezzo in programma, In the Middle, Somewhat Elevated, per andare a salutare Roberto all’uscita. Non ho rimpianti nell’uscire dalla sala: avevo già in parte visto In the Middle… in alcuni programmi dedicati a Roberto e su YouTube, e poi il balletto è ovviamente in puro “stile Forsythe” e ritenevo che già due pezzi potessero essere sufficienti.
Mi avvio quindi con tutta calma verso l’uscita artisti, dove incontro di nuovo Michelle e la figlia Vittoria con cui, una volta entrate nella portineria, riprendo i discorsi lasciati a metà nel pomeriggio.
Nel frattempo, al di là della porta a vetri, si scatena l’inferno: lampi, tuoni, pioggia battente e grandine accompagnano la nostra breve attesa.
Piove ancora forte quando vediamo avanzare con la sua tipica camminata decisa ed elegante Roberto, seguito dalla sorella: un attimo di stupore nei suoi occhi verdissimi, probabilmente pensava di non trovare nessuno ad aspettarlo visto che lo spettacolo non era ancora terminato. Ci aveva sottovalutato!
Superiamo il piccolo smarrimento scherzando sul tempo e sul fatto che noi ci eravamo rifugiate nella sala solo per ripararci dalla grandine, non certo per salutare lui…. Ma gli uscieri non fanno il nostro gioco e lui ci prende un po’ in giro ridendo e rilassandosi.
Trascorriamo parecchi minuti insieme, tra fotografie, chiacchiere ed una dolce quanto inaspettata dedica sulla locandina del balletto.
Piove ancora molto forte in Via Filodrammatici quando usciamo, fratello e sorella a piedi verso Piazza della Scala, noi tre amiche precipitosamente in un taxi verso i nostri alberghi.
Sono stranamente serena, consapevole che questa resterà probabilmente l’unica serata nella quale ho potuto passare un po’ di tempo con Roberto, dopo una recita, in una sala completamente vuota, senza urla di ragazzine, spintoni, locandine che volano sopra la testa e macchine fotografiche piantate nella schiena. L’unica serata in cui la nostra grande, splendida, luminosissima étoile non è apparso il divo glamour come, suo malgrado, inevitabilmente sembra quando è assalito da decine e decine di fans, bensì un uomo normale, un po’ stanco, sorridente ma non troppo, pacato, dolce più di sempre.
La mattina dopo un cielo azzurrissimo mi ha accompagnato alla stazione, verso casa: il sole non poteva essere più splendente.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 18, 2010 da in Balletti live, Danza con tag , , , , , , .
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